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Quando nel 1993 la nostra rivista cominciò ad essere pubblicata, fu scelto il nome di "Memoria e Ricerca" perché ci sembrava che meglio non si potesse compendiare quanto si voleva perseguire: la promozione di indagini originali, in uno spazio comparativo e tendenzialmente interdisciplinare che sempre meglio si andò definendo tra l'Europa e il Mediterraneo, nonché il concorso a ispessire la riflessione sulla nostra memoria culturale di rinnovati percorsi di ricerca. Se sul primo piano - la ricerca - la rivista ha acquisito ormai una sua autonoma identità, sull'altro terreno - la memoria culturale - riteniamo che si debba fare qualcosa in più. Se un uso pubblico della storia è intrinsecamente connesso agli esiti del lavoro dello storico, negli ultimi anni in Italia questa dimensione sta registrando una significativa eco. Si parla e si scrive di storia in tante sedi, così come gli storici di professione sono sempre più spesso chiamati a dire la loro sui temi più disparati, spesso non riuscendo a sottrarsi alle tentazioni del consumo mediatico. Siamo insoddisfatti, a volte persino sconcertati, nel vedere come gli argomenti della storia contemporanea sono spesso trattati sui giornali e alla televisione. Anche noi abbiamo sentito l'esigenza di intervenire, con tutti i limiti che la nostra periodicità comporta, movendo proprio dal piccolo patrimonio di ricerche promosse nei quasi dieci anni di presenza sul mercato editoriale. In questo fascicolo ospitiamo tre diverse riflessioni, con l'intento di aprire una discussione che auspichiamo possa continuare sia tra gli amici della rivista sia tra quanti vorranno divenirne interlocutori.

 

Identità generazionali e dibattito pubblico sulla storia


Maurizio Ridolfi

Nella crisi ideale e morale con cui il Novecento si è congedato - un rivolgimento psicologico che sembra contrassegnare lo spirito pubblico europeo ogniqualvolta si annuncia il passaggio ad un nuovo secolo -, il sapere storico si è trovato a dover fronteggiare un serio dilemma. Mentre anche in Italia si parla e ci si occupa di storia contemporanea in luoghi molteplici (i giornali, la televisione e ora attraverso numerosi siti Internet), non solo la ricerca e le discussioni sulle ipotesi interpretative soffrono di una perdita di credibilità e di legittimità scientifiche, ma ciò sembra avvenire soprattutto al di fuori degli ambiti da sempre deputati a verificare tutto ciò (l'università e le istituzioni culturali). Si guarda alla costruzione e alla percezione del "senso storico" di una comunità (nel nostro caso gli Italiani) con una attenzione privilegiata verso i mezzi mediatici e, quando va bene, anche verso la scuola; vale a dire, nel primo caso (la stampa e la televisione), verso gli spazi moderni della comunicazione di massa, nel secondo caso (la scuola), verso la sfera di competenza dell'agenzia ufficiale preposta alla trasmissione della memoria culturale alle più giovani generazioni. In ogni caso, nello scorrere delle generazioni, il consumo pubblico della storia avviene attraverso l'evocazione (se non la contestazione) della memoria culturale di cui si alimenta la coscienza nazionale . E' un'ottica questa - il rapporto tra le generazioni - che viene qui privilegiata per ripercorrere alcune delle discussioni di argomento storico negli ultimi mesi rimbalzate nei media e che siamo soliti ricondurre al cosiddetto revisionismo storiografico. Sebbene si faccia riferimento ad un termine guardato da più parti con distacco critico, a partire da quanti ne avevano originariamente perorato le virtù. Caso mai, si dovrebbe far riferimento a distinti revisionismi, trattandosi di modi diversi - nel merito delle argomentazioni come nella capacità di influenzare la pur ristretta opinione pubblica che si interroga sui destini della memoria culturale - di ripensare la storia d'Italia. Al di là delle etichette, i problemi di sostanza sono comunque tali da meritare una riflessione.
Su un versante, contrariamente a quanto forse possa sembrare, la causa principale per la quale l'abituale revisione storiografica di giudizi e interpretazioni rischia di assumere una prioritaria valenza ideologica pare risiedere nella mancanza di un condiviso codice comunicativo fra quanti si occupano di storia contemporanea (ricercatori, insegnanti, giornalisti, editori, opinione pubblica avvertita). Se consideriamo prioritario riannodare il filo interrotto tra le memorie e le storie di più generazioni (i nonni, i padri, i figli) , non sembra che sia solo un problema di strumenti idonei a permettere un equilibrato rapporto tra ricerca, divulgazione mediatica e attività didattica. E' un orizzonte che, al di là delle passioni politiche e delle semplificazioni cui a volte si prestano le rappresentazioni o le auto-rappresentazioni individuali (diari, memorie, corrispondenze private, ecc.), sia la ricerca storica sia l'editoria hanno negli ultimi anni fortemente incentivato, con una attenzione crescente dei giornali e della televisione verso questo genere di pubblicazioni. E' inoltre grazie a tutto ciò se è stata restituita al sapere storico una capacità conoscitiva più larga rispetto alle sedi accademiche e se si contribuisce a riaccreditare la storia dell'età contemporanea come un importante mezzo per riappropriarsi, ad opera delle generazioni più giovani, di un rapporto critico con la storia italiana post-unitaria; ciò che, altrimenti, rimarrebbe oggetto di attenzione da parte della sola élite d'opinione che ancora si appassiona per questi temi. Sempre più consapevole sembra infine la necessità di ridefinire il rapporto tra la professionalità dello storico e la divulgazione della conoscenza storica, con l'auspicabile superamento delle sempre vive insofferenze di natura politico-ideologica, così frequenti nelle prese di posizione che abbiamo riscontrato nei mesi scorsi sui principali quotidiani nazionali . Lo scopo dovrebbe essere la costruzione di un confronto sulla storia nazionale, con una rinnovata funzione della storiografia nella sua duplice prerogativa: la promozione della ricerca a il concorso alla definizione di una memoria culturale pubblica .
Su un altro versante, se negli anni di fine Novecento una storiografia apparentemente svincolata dalla politica sembra aver ritrovato un nuovo e autonomo slancio creativo e mentre la memoria pubblica oscilla tra la rimozione di pagine scomode del passato e la riscoperta di quanto le opportunità della contingenza mediatica impongono, alla proclamazione della scomparsa delle ideologie corrisponde troppo spesso una lettura e soprattutto una divulgazione della conoscenza storica che di esse continuano tranquillamente a servirsi. Di fronte alle risorgenti tentazioni di riscrivere la storia d'Italia e quindi di fondare una diversa memoria culturale - una finalità del tutto legittima -, in ragione però non di nuove ricerche ma di pulsioni politico-ideologiche, agli storici - di tutte le generazioni, si potrebbe osservare - deve premere ribadire le istanze del loro decoro professionale così come le forme di una partecipazione critica alla formazione della coscienza civile nazionale .

Dalla Resistenza al Risorgimento: identità generazionali tra storia, storiografia e discorso
pubblico

Sappiamo come ogni generazione - e ancor più ogni individuo - ponga al passato domande diverse a seconda delle esperienze familiari e educative, dei luoghi in cui vive e dei valori della comunità di riferimento. Sarebbe allora assurdo pensare che le domande poste al passato possano risultare sempre attuali; sebbene non sia improponibile tendere ad un diverso equilibrio tra memoria di ciò che appare rilevante e quanto può abbandonarsi all'oblio. Sappiamo altresì che rispetto alla Storia, intesa come pratica intellettuale per avvicinare una possibile verità, ogni generazione di studiosi non solo definisca un modo diverso di leggerla e di interpretarla, ma lo faccia sulla base di processi di formazione professionale e contesti politico-culturali mutevoli, tali da influenzare fortemente le soggettività individuali. In relazione all'interpretazione del Risorgimento come mito di fondazione dell'Italia unita, nel primo Novecento e con riguardo agli studi di Benedetto Croce, era stato Gioacchino Volpe a sottolineare come ogni generazione tenda a riscrivere la storia nazionale sulla scorta delle domande del suo presente . Almeno da allora l'esercizio, interpretativo e retorico allo stesso tempo, di "revisionare" la storia d'Italia ha registrato continui esempi. Senza ripercorrere nel dettaglio il filo di questo "revisionismo", può essere invece utile prendere lo spunto dalle più recenti discussioni pubbliche sulla storia nazionale per approfondirne la valenza generazionale.
Storie del passato vissute sul filo della memoria attraverso una dichiarata identità generazionale così come letture storiografiche comprensibili anche in relazione ad affinità generazionali tra i protagonisti si incrociano spesso nelle polemiche ruotanti attorno al tema dei "revisionismi". Emergenze di tale natura, talvolta evidenziate e talora implicite, ritornavano in una lunga intervista sull'"uso politico della storia" concessa il 15 ottobre 2000 da Claudio Pavone al giornale "La Repubblica" . Nell'intervista, oltre a rimarcare le continue commistioni tra politica e ricerca storiografica riscontrabili nel dibattito pubblico e pur senza entrare nel merito del tema, si evocavano le identità delle generazioni storiografiche e il loro diverso modo di concorrere ad un discorso pubblico sulla storia, sia come interlocutori attivi sia come fruitori. Pavone affermava, tra l'altro, di essere particolarmente contrariato nei confronti dei "neorevisionisti" soprattutto per una cosa:

La presunzione con cui si dà per scontato di essere gli unici veri e "obiettivi" storici, relegando gli altri tra gli epigoni di una storia ufficiale e di regime. Quel che mi preoccupa - ecco quanto interessa riprendere - è che così si crea un clima di conformismo, che potrebbe influenzare i ricercatori più giovani.

Inoltre, riferendosi sia agli appunti di chi sulla stampa, aveva osservato una scarsa e comunque tardiva presenza degli storici e delle voci laiche nel dibattito culturale sul revisionismo, sia alla domanda di Simonetta Fiori circa una presunta e paventata mancanza di "coraggio leonino" negli "storici di mezz'età", Pavone aveva modo di porre lo snodo del problema che qui mi preme contribuire a discutere.

Mi è difficile […] immaginare un Valiani o un Venturi intimiditi da opinionisti influenti. Può darsi che alcuni miei giudizi e alcune mie insofferenze derivino dall'appartenere a un'altra generazione. Per uno studioso più giovane forse è diverso. Devo peraltro registrare, negli ultimi tempi, una reattività nuova: come se di fronte a certe grossolanità storiografiche cominciasse a sorgere un senso di fastidio, un'orgogliosa difesa del decoro professionale.

Per diversi studiosi della mia generazione - quella a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta - è accaduto proprio quanto Pavone adombrava. Egli aveva in mente forse e soprattutto gli studiosi la cui identità è stata segnata dal movimento del Sessantotto, quando il conflitto generazionale investì direttamente proprio la memoria culturale di cui, fino ad allora, si era alimentata la coscienza pubblica degli Italiani. Senza voler generalizzare tra quanti, in quanto storici di professione, collaborano ai giornali e alla confezione di iniziative per il consumo mediatico della storia, per molti della mia generazione credo si possa dire che è stato un incredibile accumulo di semplificazioni e "provocazioni" a sfondo politico-ideologico (prima sull'antifascismo resistenziale e in generale sui miti di fondazione dell'Italia repubblicana, quindi sul Risorgimento e sulla legittimità dello Stato laico nazionale) a produrre un forte fastidio culturale e a stimolare la rivendicazione, in primo luogo, di un maggiore rispetto per l'etica professionale dello storico. Già nella riflessione di Pavone emergeva però anche la percezione di un modo di partecipare alla pubblica discussione sulla storia che gli appariva diverso a seconda delle generazioni. Mi pare questa una intuizione da sviluppare. Tra gli animatori del dibattito di questi ultimi mesi attorno ai grandi temi "spartiacque" della storia nazionale non corre buon sangue ed anzi frequente è la tendenza alla delegittimazione reciproca. Il conflitto delle memorie e la contrapposizione ideologica degli anni passati sembrano alimentarsi di sempre, nuove, motivazioni; come se si trattasse di sedimentazioni politico-culturali non sradicabili, pena il venire meno di una identità di gruppo (generazionale ?) e di una irrinunciabile autostima individuale. Non è generalmente così e non potrebbe esserlo per gli studiosi della mia generazione. "Revisionisti", nel senso di cui si diceva, credo di poter dire, pensiamo di esserlo tutti; vale a dire, nella condivisa consapevolezza circa l'intrinseca pluralità delle storie e della Storia e quindi nella convinzione che non possa esistere una sola storia accettabile o ritenuta legittima, con la pretesa di schiacciare la memoria culturale in un unico alveo. E ciò, sia che si guardi soprattutto alla eredità di Renzo De Felice, sia che si eleggano come interlocutori privilegiati gli interpreti di altre tradizioni di studi. Non infrequente è la collaborazione tra quanti si richiamano a queste diverse scuole storiografiche, spesso su posizioni critiche ma senza che questo debba comportare il mancato riconoscimento degli apporti di ciascuno alla crescita della conoscenza storica. Mi sembra anzi di poter aggiungere che la soggettività delle ultime generazioni storiografiche possa contribuire ad una duplice finalità, di cui sentiamo tutti la necessità: la costruzione di quell'etica della discussione pubblica sulla nostra storia che ancora in Italia manca , nonché la scrittura di una "storia nazionale" in cui anche chi ha meno di trent'anni e non ha potuto vivere le passioni estreme suscitate dalle fedi politiche possa confrontarsi con una narrazione che dia un senso anche alle "piccole storie" delle generazioni che si sono succedute nell'ultimo secolo.
Le forme pubbliche della discussione su argomenti storici - lasciando stare in questo caso le sedi accademiche - continuano invece ad uniformarsi generalmente a canoni retorici che, invece di temperare, esaltano il senso di appartenenza di natura politico-ideologico. In questo contesto, anche i portavoce più maldestri di pur legittime interpretazioni revisionistiche, che tanto più si affidano a toni sentenziosi quanto meno possono esibire i frutti di nuove ricerche, rischiano di trovare l'ambiente più idoneo a produrre un senso comune storiografico semplificato e distorto. I loro interlocutori infatti, troppo spesso, piuttosto che evidenziare le violazioni dell'etica del mestiere dello storico e delegittimare qualsiasi loro credibilità culturale, contribuendo magari ad alzare i toni delle polemiche - alcuni aspetti delle discussioni giornalistiche suscitate dal cosiddetto "caso Vivarelli" mi sono sembrati rappresentativi di tutto ciò -, finiscono con il rinfocolare le logiche dell'appartenenza politica in chi comunque ha già scelto da che parte stare. Il nostro principale problema è invece quello di dare risposte alle domande di conoscenza storica - lo ripeto - di chi ha meno di trent'anni. In questo senso, sia Claudio Pavone sia Umberto Eco , in meditati interventi sulla stampa, hanno ben evidenziato quale sia l'immagine che del racconto della storia nazionale si rischia di accreditare agli occhi dei giovani nati negli ultimi due-tre decenni del Novecento. Essi l'hanno fatto proprio ammonendo circa gli effetti che sta avendo l'offensiva politico-culturale di un "revisionismo" che, attraverso i giornali e la televisione, volesse promuovere una riscrittura della storia d'Italia non tanto antitetica ad altre - il che, lo ripeto, è legittimo -, ma del tutto improbabile rispetto ad ogni serio riscontro documentario e ad ogni verificabile contesto storico che si misuri con la comparazione europea .
Una storiografia che rifiuti le strumentalizzazioni politiche deve comunque saper trasformare la difesa della dignità professionale di quanti la esercitano in una rinnovata capacità propositiva. La produzione di un senso comune storiografico che sia il frutto di una approccio critico e consapevole alla rielaborazione delle pubbliche memorie degli Italiani è indispensabile per promuovere una effettiva religione civile; vale a dire, senza inoltrarci in questa sede in definizioni concettuali impegnative, un diffuso senso di responsabilità tra i cittadini verso le istituzioni e una sentimento di lealtà verso la Repubblica (altrimenti detti un patriottismo repubblicano) . Sappiamo che in Italia è stato soprattutto uno scienziato della politica come Gian Enrico Rusconi a porre il problema del "debole" patriottismo repubblicano come spia e riflesso della nostra labile identità nazionale . Si è trattato però di una sorta di esercizio "a tavolino", allo stesso tempo retorico e pedagogico, tutto teso a costruire una improbabile e astratta "memoria condivisa", marginalizzando la natura pluralistica e conflittuale delle culture politiche e anzi con il rischio di promuovere la costruzione di una memoria culturale degli Italiani che si regga più sugli oblii che sulla effettiva storicizzazione del nostro passato. Tocca allora agli storici scavare nelle diverse memorie degli Italiani e indagare sulla natura dei miti di fondazione dello Stato nei centocinquanta anni post-unitari, sui simboli e sui valori grazie a cui la classe dirigente ha tentato di "fare gli Italiani" e di creare un sentimento nazionale; ovvero, sulle ragioni per le quali essa non è stata in grado di fare ciò, quando addirittura non ha voluto (fortunato sarà invece, sotto questo profilo, chi potrà studiare l'ammirevole opera di ricostruzione di un corredo di simboli nazionali che sta promovendo il presidente della Repubblica Azeglio Ciampi). Se almeno dall'inizio degli anni novanta la ridefinizione del nostro passato è diventata sempre più una questione che ha travalicato gli ambienti accademici per approdare ai mezzi di comunicazione di massa, questi temi sono sicuramente decisivi nella costruzione di un nuovo discorso pubblico sulla storia del nostro paese . E' singolare invece che proprio su questo terreno le interpretazioni che si confrontano risultino prive di condivisi percorsi di ricerca. Ci si affida prevalentemente ad altro; i "revisionisti", soprattutto nel caso di temi come la Resistenza e l'antifascismo, all'enfatizzazione di vicende individuali presentate come esemplari nel riscrivere la Storia tout-court e nel contraddire una presunta ortodossia interpretativa, la storiografia di sinistra a una rappresentazione di miti e simboli riletti in chiave spesso troppo autoreferenziale. Qualora invece la storiografia italiana tutta, con i diversi approcci possibili, riuscisse a investire le proprie risorse intellettuali anche su questo terreno - così come si sta cominciando a fare -, liberandosi nel contempo di una certa insofferenza verso lo studio dei fattori sentimentali e psicologici nella storia delle identità collettive, un fecondo "revisionismo" potrebbe effettivamente risultare utilmente propositivo nel riqualificare la dignità del discorso pubblico sulla nostra storia nazionale.

 

Il presente come antistoria?
I cattolici e i cittadini mancati

di Umberto Gentiloni

Nei mesi che abbiamo alle spalle non sono mancati dibattiti, prese di posizione e polemiche con riferimenti espliciti alla storia e alle sue possibili interpretazioni. Si è passati dai giudizi sulla stagione della Resistenza e della fondazione della repubblica ai temi dell'identità nazionale e delle sue debolezze vere e presunte. Un crescendo continuo che non ha risparmiato l'impostazione e la stessa libertà di scelta dei libri di testo, il rapporto con le due superpotenze nei decenni della guerra fredda, il significato stesso del Risorgimento e del processo di unificazione italiana, il ruolo e l'eredità delle diverse culture politiche dell'Italia repubblicana.
Il confronto fa bene alla storia perché sottopone ricerche e interpretazioni al vaglio del pluralismo dell'informazione e del sapere, tuttavia troppo spesso non si è trattato di una dialettica tra posizioni o approdi storiografici. La polemica politica ha orientato (non ci sarebbe di per sé nulla di male) e piegato giudizi e riferimenti definendo un campo di indagine e una metodologia che poco hanno a che fare con la riflessione storica o con le differenziazioni storiografiche. Non mi sembra si possa parlare di "uso pubblico della storia", che è questione seria e legata allo sforzo di comprensione che anima la ricerca di chi si occupa di storia . È prevalso l'obiettivo di sovrapporre senza attenzioni metodologiche o impostazioni verificabili il passato e il presente, un "presente come antistoria" che ha spesso penalizzato gli spazi di una discussione feconda e non conformista. Il limite non è quello del rapporto tra storia e attualità, o se vogliamo tra storia e politica, inevitabile elemento costitutivo della conoscenza storica e della sua evoluzione; ma quello della artificiosa confusione di ruoli (tra giornalisti, politici e storici) e soprattutto di metodologie e linguaggi. Tutto è sembrato appiattirsi nella dimensione della polemica spicciola del giorno per giorno senza che la fatica dell'approfondimento, della ricostruzione di realtà e fenomeni complessi potesse avere un qualche spazio credibile. Non si può né si deve generalizzare, ma l'impressione prevalente delle "polemiche a sfondo storico" è stata quella della ricerca (spesso celata sotto dichiarate intenzioni più serie) di una conferma immediata, di un vantaggio politico da poter "spendere" nel grande circo della comunicazione; giudicare e talvolta provocare senza porsi il problema della comprensione o della innovazione (la tanto controversa chimera della "revisione") di tendenze o giudizi storiografici.
Prendiamo l'ultima - in ordine di tempo - disputa sul massacro della divisione Acqui nell'isola di Cefalonia. Non è questa la sede per ricostruire il merito dell'accaduto e del dibattito presente o passato, ma ciò che non può non colpire è la contraddizione tra la critica più volte emersa in questi anni verso le istituzioni poco attente al necessario rafforzamento di un quadro di identità nazionale condiviso (colpevoli di non aver costruito un universo comune di appartenenza) e la reazione al viaggio del presidente della Repubblica che avrebbe occupato con la sua iniziativa prerogative e compiti degli storici, sovrapponendo il suo ruolo istituzionale di più alta carica dello stato con le funzioni della ricerca o della memoria dei protagonisti. È sembrato un corto circuito pericoloso che ha prodotto il risultato di chiudere gli spazi di una riflessione seria, non incidentale per far prevalere posizioni cristallizzate e contrapposte. Inizialmente non era stato così, penso al commento di Claudio Pavone e ai temi di un possibile dibattito da aprire, di un "revisionismo" serio capace di guardare al futuro: è possibile retrodatare l'inizio della stagione della Resistenza affiancando alle vicende romane di Porta San Paolo l'eccidio di Cefalonia, e ancora quali riflessioni sulla partecipazione dell'esercito italiano, sul ruolo della monarchia sabauda e sui silenzi della storiografia ufficiale militare su episodi così significativi? Un dibattito innovativo capace di tenere insieme gli effetti delle iniziative istituzionali con le ripercussioni dei romanzi sulla vita a Cefalonia , riaprendo temi di fondo sulle fonti di documentazione o sul rapporto tra storia e memoria, non ha avuto la forza (fino ad oggi) o la capacità di farsi largo.
Se Cefalonia rappresenta l'esempio più vicino e forse più emblematico delle difficoltà e dei limiti del dibattito sulla storia e sui suoi usi, altri aspetti lo hanno in vario modo attraversato. A più riprese si è posto l'accento sul ruolo e sulla presenza del movimento cattolico nei decenni dell'Italia unita. Nell'estate 2000 il dibattito è diventato acceso quando sono state proposte letture al limite del paradosso sul Risorgimento di impronta liberale anticattolico e anticlericale (meeting a Rimini di Comunione e liberazione e mostra sui limiti e sulle responsabilità del processo di unificazione ) o quando le beatificazioni controverse di Giovanni Paolo II (mi riferisco soprattutto a quella di Pio IX) hanno riacceso polemiche che sembravano superate da tempo. Il XX settembre si è quasi improvvisamente rianimato di quella divisione clericali-anticlericali che sembrava essere stata sconfitta con il concorso di tutti, da una parte e dall'altra. Ma dietro alle polemiche pretestuose si cela una questione ben più interessante e attuale che investe il tessuto della convivenza civile e le stesse debolezze vere o presunte dell'identità nazionale italiana. In occasione della rievocazione fiorentina del Gabinetto Vieusseux, il confronto indiretto tra Pietro Scoppola e Indro Montanelli ha avuto come oggetto il ruolo e la presenza della chiesa e dei cattolici nella vicenda storica italiana, il rapporto fra coscienza religiosa e coscienza nazionale . Con chiarezza sono emerse posizioni comuni e punti di contrasto. Montanelli ha insistito sull'universalismo cattolico come fattore di freno e di offuscamento della nostra identità, "la Chiesa impedì all'Italia di diventare una Nazione col suo Stato laico e agli italiani di diventare dei cittadini muniti di una coscienza civile": un'analisi che Scoppola condivide - almeno nelle sue linee di fondo - pur contrastandone l'utilizzo, chiedendo di andare oltre la dimensione descrittiva perché un giudizio del genere "non è che non sia vero […] ma non basta per comprendere il passato". Il conflitto tra stato e chiesa, tra coscienza religiosa e coscienza civile ha attraversato, com'è noto, l'intera parabola postunitaria. Ma è riduttivo limitarsi a constatarlo, senza comprenderne le ragioni oggettive. Ed è proprio la comprensione di dinamiche e interpretazioni sul ruolo dei cattolici in Italia a rendere la materia irriducibile a una polemica fine a se stessa o peggio ispirata da finalità di altro tipo, magari pretestuose.
Due mi sembrano gli aspetti "preliminari" che investono e condizionano lo sforzo di un'analisi seria sul ruolo e sulla funzione del movimento cattolico. Il primo riguarda l'uso delle terminologie di riferimento. Il rapporto con la sfera religiosa rende l'oggetto dell'indagine storiografica meno definibile in senso univoco, quasi "sfuggente": la chiesa, i cattolici, i cristiani, il movimento cattolico, tutti termini che spesso nella polemica spicciola vengono utilizzati in modo interscambiabile senza la giusta attenzione al contesto e alla prospettiva storica (tralascio volutamente i limiti e le incongruenze delle metodologie prevalenti). L'uso impreciso dei termini allontana lo spazio di un confronto serio e rigoroso producendo confusioni e sovrapposizioni tra la storia e la storiografia, tra la politica e la religione sfumando i contorni dell'oggetto su cui si vorrebbe intervenire. Quando si fa riferimento ad una presenza religiosa - per esempio - non la si può identificare con quella cattolica senza tener conto del ruolo delle chiese riformate o della comunità ebraica. E anche il concetto di identità o di coscienza nazionale non è neutro o statico: il tempo modifica e definisce i concetti di patria e di nazione che non hanno senso al di fuori del contesto che li delimita.
Il secondo aspetto investe il tema delle difficili periodizzazioni che caratterizzano lo studio del movimento cattolico. Da un lato è impensabile affrontare le tematiche nuove dell'identità e del ruolo dei cattolici nei processi di nazionalizzazione senza un'ottica di lungo periodo, tenendo quindi conto delle tematiche ottocentesche e dei percorsi differenziati dell'universo cattolico italiano; dall'altro i decenni della Repubblica pongono domande inedite e introducono fratture tali da avvicinare (non solo in senso temporale) i termini di un'analisi possibile . Il ruolo dei cattolici nella Resistenza, le tematiche legate al "vissuto" degli italiani come componente di una cittadinanza comune, la parabola e i paradossi della Democrazia cristiana, gli effetti e le dinamiche del Concilio Vaticano II sull'arcipelago cattolico e sulla società e la cultura di allora sono fattori che negli ultimi anni hanno caratterizzato l'attenzione storiografica con una produzione di studi (ancora agli inizi) di vario tipo spesso ignorati dal confronto degli ultimi mesi . Il tratto unificante è stato ed è tuttora la ricerca attorno al ruolo complesso che la coscienza religiosa ha svolto nella storia della Repubblica.
Può essere utile distinguere il piano della polemica da quello della riflessione scientifica soprattutto cominciando a orientarsi nella storiografia sul movimento cattolico e sul ruolo dei cattolici nella nostra storia. Non voglio sostenere che non ci sia contatto o non debba esserci interazione tra i due livelli (riflessione storica e dibattito sull'attualità), ma penso che la confusione metodologica e dei piani (tra passato e presente) non produca passi avanti e rischi di riproporre cliché storiografici che assomigliano più a delle caricature che a un dibattito serio e perfettibile; il rapporto tra storia e politica e tra passato e presente non può che essere assunto criticamente come punto di vista e come oggetto stesso dell'indagine, come parte costitutiva del lavoro dello storico.
Se si tralasciano gli aspetti più polemici o le prese di posizione più provocatorie sul ruolo dei cattolici nel processo di unificazione possiamo ricondurre gli studi più recenti attorno ad alcuni grandi temi o questioni (o se si vuole "piste di ricerca") che investono ruolo e funzione del movimento cattolico.
1. L'indagine sul risorgimento e sulle sue modalità di realizzazione ha da tempo superato gli approcci esclusivamente nazionali per interrogarsi sulla comparatistica continentale. Nel nostro caso lo studio e la ricerca sul risorgimento italiano ha senso se si inserisce nell'ottica dello sviluppo dei processi di nazionalizzazione e di costruzione delle nuove nazioni nella seconda metà del XIX secolo (Italia, Germania, Belgio, Romania, Ungheria solo per citare i casi più noti). Il contributo dei cattolici non si può leggere esaustivamente dentro l'opzione transigenti-intransigenti riproponendo un improbabile risorgimento anticattolico e quindi condannabile , ma va letto nel quadro delle forme che le diverse componenti politico-culturali dell'Ottocento italiano seppero dare ai percorsi di una lunga e controversa nazionalizzazione . Sin dalle classiche Interpretazioni del Risorgimento di Walter Maturi emergono - nelle pagine dedicate a Ettore Passerin d'Entrèves - i temi legati alla centralità degli aspetti religiosi e della indissolubile compresenza degli stessi nelle dinamiche risorgimentali . Il percorso di Cavour e il peso del periodo del "risveglio ginevrino", l'influsso della cultura ginevrina degli anni '30 del XIX secolo sulla sua formazione (gli studi di Francesco Ruffini ripresi da Jemolo ) rappresentano una premessa imprescindibile per impostare in modo serio e efficace il tema dei rapporti tra stato e chiesa nei primi anni del Regno d'Italia (penso alle pagine di Rosario Romeo ).
Sono decenni di studi e interpretazioni che scompaiono, non vengono presi in considerazione (quasi che su ogni tema o argomento si dovesse ricominciare da zero) nell'incalzante ritmo della polemica fine a se stessa, nello spazio di pochi giorni.
2. Le nuove domande sul ruolo dei cattolici sono in parte il ribaltamento dell'approccio che ha caratterizzato le prime significative stagioni di studi del secondo dopoguerra. Per decenni si è indagato sul movimento cattolico come movimento degli "esclusi", cercando nella sfera dell'intransigenza quei nessi con il popolarismo prima e con il ruolo centrale della Democrazia cristiana nell'Italia repubblicana poi; il movimento intransigente diventava il tessuto organizzativo (esclusivo) della presenza cattolica nella società italiana. Oggi la riflessione più innovativa mette al centro le domande sull'identità e sulle appartenenze politico culturali. In questo contesto la diatriba transigenti-intransigenti è utile se aiuta a cogliere i limiti dell'intransigenza e del rifiuto della modernità e della democrazia; il freno che l'atteggiamento simboleggiato dal non expedit ha prodotto al formarsi di un'identità condivisa e di forme di rappresentanza politica (e anche di educazione alla democrazia) in grado di allargare la sfera della partecipazione . La stagione di risposta all'impostazione crociana contenuta soprattutto nella Storia d'Italia dal 1871 al 1915, che ridimensionava fortemente il ruolo dei cattolici , sembra conclusa e tornano di attualità e di grande interesse le conclusioni contenute nella lezione di Arturo Carlo Temolo, quando spiegava che il conflitto tra stato e chiesa era parte di una riflessione più generale sulle modalità di costruzione e di sviluppo del nostro paese . Su questa scia studi e interpretazioni hanno caratterizzato gli anni più recenti, anche con ipotesi diverse, basti pensare ai lavori di Guido Verucci, Andrea Riccardi, Francesco Traniello e Guido Formigoni .
3. Il tema più difficile e allo stesso tempo più interessante: il rapporto della chiesa con la modernità o se si vuole i percorsi e i processi di secolarizzazione. Sono riflessioni contenute negli studi ormai decennali, di Verucci, Scoppola, Miccoli, Traniello (solo per citare i principali) che hanno in modi diversi affrontato le questioni dello sviluppo di un rapporto inedito tra chiesa e democrazia, tra società di massa e fenomeno religioso . Sono piste di ricerca che investono l'immagine e la sostanza stessa delle analisi sul XX secolo; spesso tralasciate anche dalle produzioni storiografiche più recenti, e non soltanto quelle italiane . Quale il rapporto tra chiesa e democrazia? Tra chiese e potere politico? Come si definisce il percorso cattolico pre e post conciliare rispetto ai temi dell'identità nazionale e della funzione universale del messaggio religioso? Quale il ruolo attuale della chiesa di fronte alla crisi delle certezze e dei riferimenti del passato? La chiesa è l'unico fattore che unifica il paese e riempie vuoti altrui, uscendo rafforzata dalla crisi di questi anni (Bodei) ? O al contrario la chiesa ha svolto e svolge un ruolo negativo perché si oppone alla definizione progressiva di una statualità nazionale, sin dai tempi della controriforma (Schiavone, Galli della Loggia) ?
Tutti interrogativi che accompagnano, e presumibilmente accompagneranno a lungo, la riflessione storiografica.

 


La "questione" del Risorgimento.
Note in margine a un dibattito estivo

di Roberto Balzani

Nell'estate del 2000, quasi all'improvviso, approda sulla prime pagine dei maggiori quotidiani, e in genere sui mezzi d'informazione, il Risorgimento. Poco frequentato, in realtà, dagli inserti culturali dei giornali - che gli preferiscono di gran lunga, se proprio debbono occuparsi di storia contemporanea, fascismo e nazismo - il periodo "eroico" della lotta per l'indipendenza nazionale conosce un inaspettato revival in occasione di due eventi dal forte impatto mediatico: il meeting riminese di fine estate di Comunione e liberazione, nel cui ambito, il 21 agosto, viene inaugurata una mostra dall'impostazione chiaramente "revisionistica" (e poi vedremo in che senso) ; e la solenne beatificazione di Pio IX, di qualche settimana successiva (3 settembre) .
Il ripensamento della storia d'Italia cui questi due fatti sembrano alludere scatena una polemica alimentata da studiosi di formazione democratica e liberale: un moto d'indignazione che agenzie e periodici riprendono, almeno fino alla data simbolo del 20 settembre ; dopodiché, altri argomenti e altri interessi prevalgono, i toni si smorzano, le voci si affievoliscono. Di questa polemica tardo-estiva rimarrà ben poco, se si escludono alcuni incontri promossi da centri minoritari, e comunque ristretti, della cultura cosiddetta "laica". C'è da dubitare che fra la gente comune qualcuno, già in questo marzo 2001, ricordi il duello di fondi, convegni e lanci d'agenzia consumatosi appena pochi mesi fa. Perché parlarne, allora? Non per l'affaire in sé, ovviamente, ma per quello che svela dei riflessi culturali italiani di quest'inizio di secolo.

Le "forme" del contendere

Dobbiamo distinguere. Esistono temi che nascono, o vengono utilizzati, per il consumo mediatico a corto raggio, rapido e incisivo. Non ha alcuna importanza a quale disciplina o a quale segmento dell'informazione essi afferiscano: l'importante è che funzionino sotto il profilo "tecnico". E, per funzionare, essi devono evocare, o creare, due campi contrapposti, devono rendere visibile lo scontro, e infine devono "commuovere" l'opinione pubblica, stimolando riflessi sopiti, o inducendo tic culturali. Parlo di "opinione pubblica", perché il "pubblico", nel suo complesso, non li riguarda. Il "pubblico" coglie distrattamente qualche eco lontana, mentre l'"opinione pubblica", che è poi il "popolo" di Berchet, quello della Lettera semiseria, divora mediaticamente le novità, se ne abbevera, si schiera. Quant'è vasta l'opinione pubblica? Non saranno più i "millecinquecento lettori" di cui parlava polemicamente Enzo Forcella in un famoso saggio della fine degli anni Cinquanta, ma neppure i milioni. È un ambiente ristretto, che sa cogliere il gergo del giornalismo e si diverte giocando con le raffinate astuzie della politica culturale. Non mi sento di tracciarne un profilo sociologico, ma è intuitivo, credo, che parlo di un'élite sulla quale la storia e la memoria esercitano ancora un certo fascino. Il consumo mediatico di "questioni" storiche, per lo più inerenti all'età contemporanea, è, dunque, un divertimento per pochi intimi; lo praticano, insieme agli ambienti intellettuali del Paese, la classe dirigente, laica ed ecclesiastica, e, sempre più maldestramente, i leader politici. Lo spazio che i giornali riservano a tali "questioni" appare decisamente sproporzionato rispetto al reale interesse del pubblico potenziale e riflette l'impronta un po' pedagogica e un po' snobistica della stampa periodica nostrana. Perché questo particolare bene di consumo funzioni, occorre che a un'azione provocatoria, o a un'enunciazione discutibile, riportate da giornali e telegiornali, corrisponda una reazione, che verrà puntualmente registrata dai media (in altri contesti non lo farebbero) proprio per dimostrare che, ohibò, è stato toccato uno dei nervi scoperti della nazione. Sottrarsi al meccanismo è impossibile: se, moralmente, senti il bisogno di intervenire e intervieni, sei immediatamente strumentalizzato; se non intervieni, lasci campo libero agli "altri"; se intervieni comunque (persuaso o no di quello che dici) per il gusto esclusivo e narcisistico di andare sui media, allora hai capito una fondamentale regola del gioco.
Il Risorgimento, di norma, non entra fra i "soggetti" mediaticamente trattabili o riducibili a fast food mediatico: esso implica un livello minimo di "specializzazione" troppo elevato per l'opinione pubblica del tempo in cui viviamo (trenta o quarant'anni fa le cose sarebbero state un po' diverse). Se, però, esso incrocia altri due bei temi "classici" - il rapporto fra Stato e Chiesa e quello fra nazione e federalismo -, allora diviene improvvisamente praticabile. Come, in effetti, è accaduto sul finire dell'estate 2000. Vorrei aggiungere un argomento: tutto questo non ha nulla a che vedere con la storiografia o con la memoria. Nulla di quello che è rimbalzato sui giornali o sui telegiornali ha, infatti, la pretesa di durare un minuto più del momento in cui l'affaire svetta, al punto culminante della sua parabola, nel cielo dell'informazione; dove vadano a perdersi i cascami luccicanti di questa cometa, a nessuno interessa davvero.
Uso pubblico della storia? Sì, certo. Purché sia ben chiaro che questo "uso" si legge "consumo" e che "storia" si legge "categoria di beni mediaticamente manipolabili". I risvolti morali non ci sono, se non per una parte - molto piccola - di protagonisti o per qualche lettore/spettatore affetto da eccesso di lacrimazione. Finita la storia, si passa al terremoto, agli stupri o alla mucca pazza: il duello, nei giardini del Luxembourg della città elettronica, si sposta verso altre, più promettenti contrade.
Esiste, però, un'altra "forma", più profonda e importante. È la memoria culturale di cui parla Jan Assmann . Non la storia "tecnica", che ha un suo statuto scientifico e propri canali di (ristretta) divulgazione: ma quella parte di passato che, ritualizzata, banalizzata, canonizzata, diviene socialmente disponibile e finisce per rafforzare l'identità delle comunità umane. Una memoria che sopravvive all'interno di "quadri sociali" definiti, fortemente selettivi rispetto a ciò che merita di essere dimenticato e ciò che deve essere tramandato. Sotto questo profilo, non c'è dubbio che il Risorgimento abbia fatto parte della memoria culturale dell'Italia unita per lungo tempo. Un esempio? I programmi della scuola elementare promossi da Giovanni Gentile nell'autunno del 1923 . In terza, i bambini erano intrattenuti su fatti e vicende del periodo 1848-1918; in quarta, studiavano greci e romani; in quinta, dopo un fugace accenno ai "secoli bui", ecco di nuovo l'Ottocento, e poi la Grande Guerra, con esercito e marina in primo piano; e infine un quadro delle grandi conquiste sociali e amministrative del Paese dal 1861 in poi. La scuola comunicava la memoria culturale alle nuove generazioni; le quali vivevano, per altri versi, in un contesto extra-scolastico profondamente infiltrato dai ricordi collettivi più recenti. Le giberne del babbo o del nonno, il "Corriere dei Piccoli" , i soldatini di carta e (più raramente) di piombo, le bandiere del IV novembre a che altro servivano se non a certificare la presenza del piccolo cittadino in un flusso impegnativo ma rassicurante di certezze circa il passato e l'avvenire? Mi chiedo quali polverose anticaglie affollino, oggi, la memoria culturale di un ragazzo. E poi essa esiste ancora, o è stata sostituita solo dai beni di consumo mediatici di cui abbiamo appena parlato?

La "materia" del contendere

Bisognerà passare ai contenuti. Quelli selezionati da Gentile sono chiari ed hanno funzionato fino ai primi anni Cinquanta. È avvenuto, poi, un processo di revisione e di sostituzione della memoria culturale. Le informazioni canonizzate e selezionate nell'età del nazionalismo sono state interpolate o poi soppiantate da altre, prodotte dalla koiné culturale transnazionale anglo-americana . Attenzione, però! La koiné "occidentale" non ha agito a livello di programmi per l'istruzione (se non per l'ovvio riferimento al quadro di libertà e di democrazia), bensì a livello di prodotti per l'infanzia e per il consumo culturale extrascolastico: soldatini, modellini, editoria a sfondo "bellico" o western ecc. Il dramma della memoria culturale nazionale è reso magnificamente dal destino del "Corriere dei Piccoli", prima difensore strenuo dell'italianità contro le contaminazioni "alleate", poi costretto a inserire indiani, cow boys e giubbe blu fra i "nuovi eroi" di carta .
Il 18 marzo del 1876 cadeva il governo della Destra storica. Pochi mesi dopo, il 25 giugno, al Little Big Horn, moriva il generale Custer. Se devo pensare a quale tra i due eventi ha plasmato il mio Ottocento di babyboomer, non ho esitazioni: il secondo. E perché, poi, a pensarci bene, io ed i miei amici non cercavamo soldatini italiani (peraltro pressoché introvabili a quei tempi), paghi degli inglesi e degli americani, o dei "cattivi" tedeschi e giapponesi? Il passato c'era, eccome. La memoria culturale pure. In più, però, c'era il consumo di massa, che sorreggeva, in questo caso, una lettura dei tempi andati in chiave anglo-americana. Anche se non ci si arrivava con il programma, la seconda guerra mondiale viveva intorno a noi. Ci parlava dai manifesti del cinema, dalle pagine dei giornalini, dalle vetrine dei negozi di giocattoli. Quanto al Risorgimento, esso era stato già allora espunto dai "quadri sociali" della memoria. A partire qualche raro caso, non apparteneva più all'ambiente del ricordo prossimo alla gioventù, e sopravviveva forzatamente solo nella liturgia delle lezioni di storia in classe. Certo è che nessuno si è mai realmente preoccupato di studiare questa deriva, le cui conseguenze, sul piano della cultura di massa, debbono essere state notevoli, anche limitandosi a una stima superficiale: solo Jacques Le Goff, agli inizi degli anni Settanta, pur sostenendo che "la storia delle mentalità non [disponeva] ancora di concetti e di metodi ben definiti", tracciava tuttavia un interessante "progetto di ricerche" (appena una scaletta), nel quale alludeva alla necessità di valutare "il peso della storia" nei mass media, nella retorica politica, nella Chiesa, nei suoi "aspetti coscienti" e "inconsci", fino a toccare la storia remota o cristallizzata degli emigrati .
Forse, se il cinema italiano, mimando il western, avesse fatto uno sforzo, anche il nostro Ottocento avrebbe conservato qualcosa di familiare. E invece, a parte il tentativo del Brigante di tacca del lupo di Germi (1952), con Amedeo Nazzari ufficiale dei bersaglieri, niente . Solo muffa, retorica e filologia. Detto questo, è intuitivo il corollario: a chi può interessare "riscrivere il risorgimento"? Non ai giovani o alla gente comune, per i quali il Risorgimento, in fondo, si riduce a tre nomi di strada e qualche data. Né, d'altra parte, all'"opinione pubblica", che del revisionismo è disposta a fare un consumo "mordi e fuggi" sui media. A meno che il tutto non assuma, ancora una volta, il profilo della "bolla", della pura trovata strumentale, buona per catalizzare per un paio di settimane l'attenzione dei lettori di giornale. Analizzando il testo pubblicato in appoggio alla mostra agostana di CL, d'altra parte, si resta colpiti: non c'è un rigo dedicato ai nuovi indirizzi storiografici e metodologici (quelli, per intenderci, che Lucy Riall ha recentemente catalogato e commentato in un utile libretto ), che avrebbero potuto dimostrare in qual misura la storiografia sul Risorgimento abbia preso le distanza dalle semplificazioni ideologiche nazionaliste e sabaudiste. Persistono, invece, i luoghi comuni di sempre, ma cambiati di segno. I buoni diventano cattivi; i cattivi buoni. Nuove fonti? Non esistono. Nuovi strumenti di lavoro? Neanche parlarne. Non un Risorgimento "riscritto", dunque: piuttosto, un Risorgimento "alla rovescia". Utile per polemizzare, forse per tentare di costruire una diversa memoria culturale (benché in proposito nutra molti dubbi, se il tono e gli argomenti restano questi); certo, non per capire.

La "presentificazione" della storia

Torniamo ad oggi. Entrate in un negozio di giocattoli e guardatevi intorno. Osservate quanto, dell'offerta strabiliante presente sugli scaffali, ricorda il passato. Poco o nulla. Il Medioevo è solo quello "secondo Walt Disney" di cui ha scritto brillantemente Matteo Sanfilippo ; e i soldatini della mia infanzia sono migrati nei negozi di modellismo, per la felicità di qualche "ragazzo" un po' âgé . Per il resto, solo presente o futuro: un futuro luccicante, mitico, irreale, che spesso ha catalizzato fantasmi e paure della storia. Ma i bambini non lo sanno. L'ultima e la penultima generazione vivono al di fuori del flusso della memoria culturale; semplicemente, non ne sentono alcun bisogno. Nella seconda metà degli anni Settanta, di fronte all'invasione dei manga e degli anime giapponesi , la grande vulgata occidentale ha cominciato a dar segni di cedimento. Nuovi oggetti affollavano il mercato destinato al consumo di bambini e adolescenti, sganciandolo da qualsiasi riferimento retrospettivo. La "presentificazione" dell'esperienza di vita, con la sua virtualità e le sue continue "urgenze" (per le quali neppure un ragazzino, ormai, "ha più tempo") impedisce un apprezzamento della diacronia. La visione sinottica, attraverso due sensi privilegiati - la vista e l'udito -, schiaccia letteralmente qualsiasi profondità prospettica, uniformando e standardizzando le percezioni. Sullo schermo i leoni della savana, le favelas o Hitler sembrano aver trovato un minimo comune denominatore nella dinamica del processo dell'informazione e della comunicazione. La ricostruzione "virtuale" dei luoghi e dei siti perduti - che vale per l'antica Roma come per la Parigi del primo Ottocento - rafforza l'idea di un passato che si può, in qualche modo, vedere e rivivere mercé una percezione puramente sensoriale e non culturale. In realtà, mutatis mutandis, fra l'invenzione del passato di Viollet-le-Duc e Camillo Boito e questa non corre molta differenza, quanto a capacità d'interpolazione e d'immaginazione mitizzata.
Il problema, allora, non è più solo il Risorgimento. Tutta la storia, a livello di massa, sta mutando statuto; e non dico della storia "per specialisti" (specialisti ormai anche antropologicamente diversi da una quota sempre più rilevante della popolazione), o delle "cure" mediatiche di storia consigliate, a dosi omeopatiche, alle élites: mi riferisco alla memoria culturale depositata sul fondo delle coscienze, che coglie allusioni e stimola corrispondenze, che vive di semplificazioni e di riflessi. Questo modello di memoria culturale, per la prima volta dall'Ottocento, sta declinando. E declina non perché i contenuti siano cambiati (sono cambiati tante volte, in due secoli); declina, perché è saltato il "quadro sociale" della memoria, con tutte le procedure di obbligazione e di legittimazione che portava con sé. Se le cose stanno così, allora è chiaro che dare più spazio alla storia contemporanea nei programmi scolastici, come ha fatto il ministro Berlinguer qualche tempo fa, non può ragionevolmente significare un "aggiornamento" rispetto alla domanda del grande pubblico dei ragazzi, ma, tutt'al più, un segnale politico inviato all'"opinione pubblica" e agli "specialisti". Qualcosa che, per la generazione "senza passato" (se non il proprio, piccolo e individuale), non ha alcun senso. Mussolini, Carlomagno e Luigi XIV giacciono tutti sprofondati in una melassa opaca, semplici nomi legati - quando va bene - a qualche immagine sbiadita. "Dalle ricerche dello Iard - scrive Roberto Cartocci - sappiamo che per i giovani l'arte, la lingua, la cultura italiana sono, insieme alle bellezze naturali, i principali motivi di orgoglio nazionale. Un orgoglio tutto rivolto al passato è già la spia eloquente di un disagio dell'oggi; per di più mal si concilia con le lacune nelle conoscenze storiche, che i pochi dati a disposizione indicano vaste e diffuse. In questo quadro è difficile sfuggire alla sensazione che le giovani generazioni siano davvero "senza memoria" e che il loro orgoglio si riferisca all'Italia imbalsamata degli stereotipi e delle cartoline, più che al paese in cui crescono e cercano di costruire la loro vita" .
Mi viene un dubbio. E se fosse questa - e non quella, ben più famosa e visibile, del '68 - la vera generazione di rottura? In fondo, i ragazzi del '68 contrastavano una memoria culturale, ma sapevano benissimo quale era il passato "selezionato" che avevano alle loro spalle. Il conflitto fra "vecchi" e "giovani" non usciva, in sostanza, dalla regola del gioco che aveva consentito di definire, fino a quel momento, i "quadri sociali" della memoria. Ho la sensazione che il problema della comunicazione sia andato aggravandosi dopo; e non perché i giovani rinneghino un passato che a loro non sta bene, quanto piuttosto perché ritengono di non averne più bisogno. La storia, disciplina ancora centrale, almeno ideologicamente, nel contesto del sapere trasmesso ufficialmente, non lo è più, forse, nella coscienza di una generazione. Il che non significa, si badi bene, che una volta gli studenti avessero più voglia di studiare la storia di quanto non avvenga oggi; significa solo che, anche al di fuori del contesto scolastico, essi disponevano comunque di "quadri sociali" della memoria capaci di orientarli, attraverso le pur inevitabili banalizzazioni e manipolazioni.

La trappola del moralismo

Vorrei essere chiaro. Non voglio dispensare giudizi morali. Il mio problema è capire. Capire come si può ricostruire, se non la memoria culturale - compito grave e complesso, che tocca tutti, dalle istituzioni alle forze sociali, dalla politica alla famiglia -, per lo meno un interesse minimale, personale per "quello che è accaduto". È facile dire che questa generazione di "marziani" appare abulica e incomprensibile; che gli insegnanti, ultimi difensori di un sapere ufficiale sempre più contestato, faticano a sedimentare idee e concetti in menti distratte o impegnate in tante altre cose: il refrain del buon tempo andato interviene quando la ragione vacilla. E così, impercettibilmente, dalla ricerca delle cause scivoliamo nella ricerca delle colpe. Il problema, a mio parere, è duplice. Da un lato, è generale: siamo di fronte ad una ristrutturazione così radicale dei sistemi di costruzione e di trasmissione del sapere, che il vincolo logico, gerarchico e temporale fra il prima e il dopo, basilare fino a ieri (pensiamo al successo della vulgata positivistica), è destinato ad essere soppiantato da un altro, reticolare, fondato sulla percezione sinottica di una molteplicità di informazioni, selezionate sulla base di criteri probabilistici? O si tratta di un effetto distorsivo e contingente provocato dal medium tecnologico? Non lo so, naturalmente. Ma credo che la questione presenti un côté epistemologico di qualche interesse per gli storici.
Il problema, dall'altro lato, è anche particolare, e relativo al Risorgimento. Rimosso dal cuore della memoria culturale già da tempo, e, di fatto, relegato solo all'ambito degli specialisti o dell'opinione pubblica più "avvertita" (e matura soprattutto in senso anagrafico), esso ha qualche possibilità di sopravvivenza reale, al di là del consumo mediatico strumentale che se ne fa occasionalmente? Tutto dipende dal supplemento di significato cui può aspirare nel presente (e, in questa prospettiva minimalistica, credo inevitabile - per lo meno a livello di residua memoria destinata alla "trasmissione" di massa - attutire le peculiarità tipicamente italiane e sviluppare, invece, le potenzialità di un'eventuale comparazione con altri casi di Stati-nazione, non solo e non necessariamente europei), e dalla funzione più o meno marginale che toccherà al "passato" nel nostro futuro.



Articoli da
"Memoria e Ricerca"
n. 7
gennaio-giugno 2001



Uso, consumo e abuso della storia:
per una discussione

R. Balzani
U. Gentiloni
M. Ridolfi

 

 

 

 

 

 

 

 

 




 

 

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