Quando
nel 1993 la nostra rivista cominciò ad essere pubblicata,
fu scelto il nome di "Memoria e Ricerca" perché
ci sembrava che meglio non si potesse compendiare quanto si voleva
perseguire: la promozione di indagini originali, in uno spazio
comparativo e tendenzialmente interdisciplinare che sempre meglio
si andò definendo tra l'Europa e il Mediterraneo, nonché
il concorso a ispessire la riflessione sulla nostra memoria culturale
di rinnovati percorsi di ricerca. Se sul primo piano - la ricerca
- la rivista ha acquisito ormai una sua autonoma identità,
sull'altro terreno - la memoria culturale - riteniamo che si debba
fare qualcosa in più. Se un uso pubblico della storia è
intrinsecamente connesso agli esiti del lavoro dello storico,
negli ultimi anni in Italia questa dimensione sta registrando
una significativa eco. Si parla e si scrive di storia in tante
sedi, così come gli storici di professione sono sempre
più spesso chiamati a dire la loro sui temi più
disparati, spesso non riuscendo a sottrarsi alle tentazioni del
consumo mediatico. Siamo insoddisfatti, a volte persino sconcertati,
nel vedere come gli argomenti della storia contemporanea sono
spesso trattati sui giornali e alla televisione. Anche noi abbiamo
sentito l'esigenza di intervenire, con tutti i limiti che la nostra
periodicità comporta, movendo proprio dal piccolo patrimonio
di ricerche promosse nei quasi dieci anni di presenza sul mercato
editoriale. In questo fascicolo ospitiamo tre diverse riflessioni,
con l'intento di aprire una discussione che auspichiamo possa
continuare sia tra gli amici della rivista sia tra quanti vorranno
divenirne interlocutori.
Identità
generazionali e dibattito pubblico sulla storia
Maurizio Ridolfi
Nella
crisi ideale e morale con cui il Novecento si è congedato
- un rivolgimento psicologico che sembra contrassegnare lo spirito
pubblico europeo ogniqualvolta si annuncia il passaggio ad un
nuovo secolo -, il sapere storico si è trovato a dover
fronteggiare un serio dilemma. Mentre anche in Italia si parla
e ci si occupa di storia contemporanea in luoghi molteplici (i
giornali, la televisione e ora attraverso numerosi siti Internet),
non solo la ricerca e le discussioni sulle ipotesi interpretative
soffrono di una perdita di credibilità e di legittimità
scientifiche, ma ciò sembra avvenire soprattutto al di
fuori degli ambiti da sempre deputati a verificare tutto ciò
(l'università e le istituzioni culturali). Si guarda alla
costruzione e alla percezione del "senso storico" di
una comunità (nel nostro caso gli Italiani) con una attenzione
privilegiata verso i mezzi mediatici e, quando va bene, anche
verso la scuola; vale a dire, nel primo caso (la stampa e la televisione),
verso gli spazi moderni della comunicazione di massa, nel secondo
caso (la scuola), verso la sfera di competenza dell'agenzia ufficiale
preposta alla trasmissione della memoria culturale alle più
giovani generazioni. In ogni caso, nello scorrere delle generazioni,
il consumo pubblico della storia avviene attraverso l'evocazione
(se non la contestazione) della memoria culturale di cui si alimenta
la coscienza nazionale . E' un'ottica questa - il rapporto tra
le generazioni - che viene qui privilegiata per ripercorrere alcune
delle discussioni di argomento storico negli ultimi mesi rimbalzate
nei media e che siamo soliti ricondurre al cosiddetto revisionismo
storiografico. Sebbene si faccia riferimento ad un termine guardato
da più parti con distacco critico, a partire da quanti
ne avevano originariamente perorato le virtù. Caso mai,
si dovrebbe far riferimento a distinti revisionismi, trattandosi
di modi diversi - nel merito delle argomentazioni come nella capacità
di influenzare la pur ristretta opinione pubblica che si interroga
sui destini della memoria culturale - di ripensare la storia d'Italia.
Al di là delle etichette, i problemi di sostanza sono comunque
tali da meritare una riflessione.
Su un versante, contrariamente a quanto forse possa sembrare,
la causa principale per la quale l'abituale revisione storiografica
di giudizi e interpretazioni rischia di assumere una prioritaria
valenza ideologica pare risiedere nella mancanza di un condiviso
codice comunicativo fra quanti si occupano di storia contemporanea
(ricercatori, insegnanti, giornalisti, editori, opinione pubblica
avvertita). Se consideriamo prioritario riannodare il filo interrotto
tra le memorie e le storie di più generazioni (i nonni,
i padri, i figli) , non sembra che sia solo un problema di strumenti
idonei a permettere un equilibrato rapporto tra ricerca, divulgazione
mediatica e attività didattica. E' un orizzonte che, al
di là delle passioni politiche e delle semplificazioni
cui a volte si prestano le rappresentazioni o le auto-rappresentazioni
individuali (diari, memorie, corrispondenze private, ecc.), sia
la ricerca storica sia l'editoria hanno negli ultimi anni fortemente
incentivato, con una attenzione crescente dei giornali e della
televisione verso questo genere di pubblicazioni. E' inoltre grazie
a tutto ciò se è stata restituita al sapere storico
una capacità conoscitiva più larga rispetto alle
sedi accademiche e se si contribuisce a riaccreditare la storia
dell'età contemporanea come un importante mezzo per riappropriarsi,
ad opera delle generazioni più giovani, di un rapporto
critico con la storia italiana post-unitaria; ciò che,
altrimenti, rimarrebbe oggetto di attenzione da parte della sola
élite d'opinione che ancora si appassiona per questi temi.
Sempre più consapevole sembra infine la necessità
di ridefinire il rapporto tra la professionalità dello
storico e la divulgazione della conoscenza storica, con l'auspicabile
superamento delle sempre vive insofferenze di natura politico-ideologica,
così frequenti nelle prese di posizione che abbiamo riscontrato
nei mesi scorsi sui principali quotidiani nazionali . Lo scopo
dovrebbe essere la costruzione di un confronto sulla storia nazionale,
con una rinnovata funzione della storiografia nella sua duplice
prerogativa: la promozione della ricerca a il concorso alla definizione
di una memoria culturale pubblica .
Su un altro versante, se negli anni di fine Novecento una storiografia
apparentemente svincolata dalla politica sembra aver ritrovato
un nuovo e autonomo slancio creativo e mentre la memoria pubblica
oscilla tra la rimozione di pagine scomode del passato e la riscoperta
di quanto le opportunità della contingenza mediatica impongono,
alla proclamazione della scomparsa delle ideologie corrisponde
troppo spesso una lettura e soprattutto una divulgazione della
conoscenza storica che di esse continuano tranquillamente a servirsi.
Di fronte alle risorgenti tentazioni di riscrivere la storia d'Italia
e quindi di fondare una diversa memoria culturale - una finalità
del tutto legittima -, in ragione però non di nuove ricerche
ma di pulsioni politico-ideologiche, agli storici - di tutte le
generazioni, si potrebbe osservare - deve premere ribadire le
istanze del loro decoro professionale così come le forme
di una partecipazione critica alla formazione della coscienza
civile nazionale .
Dalla
Resistenza al Risorgimento: identità generazionali tra
storia, storiografia e discorso
pubblico
Sappiamo
come ogni generazione - e ancor più ogni individuo - ponga
al passato domande diverse a seconda delle esperienze familiari
e educative, dei luoghi in cui vive e dei valori della comunità
di riferimento. Sarebbe allora assurdo pensare che le domande
poste al passato possano risultare sempre attuali; sebbene non
sia improponibile tendere ad un diverso equilibrio tra memoria
di ciò che appare rilevante e quanto può abbandonarsi
all'oblio. Sappiamo altresì che rispetto alla Storia, intesa
come pratica intellettuale per avvicinare una possibile verità,
ogni generazione di studiosi non solo definisca un modo diverso
di leggerla e di interpretarla, ma lo faccia sulla base di processi
di formazione professionale e contesti politico-culturali mutevoli,
tali da influenzare fortemente le soggettività individuali.
In relazione all'interpretazione del Risorgimento come mito di
fondazione dell'Italia unita, nel primo Novecento e con riguardo
agli studi di Benedetto Croce, era stato Gioacchino Volpe a sottolineare
come ogni generazione tenda a riscrivere la storia nazionale sulla
scorta delle domande del suo presente . Almeno da allora l'esercizio,
interpretativo e retorico allo stesso tempo, di "revisionare"
la storia d'Italia ha registrato continui esempi. Senza ripercorrere
nel dettaglio il filo di questo "revisionismo", può
essere invece utile prendere lo spunto dalle più recenti
discussioni pubbliche sulla storia nazionale per approfondirne
la valenza generazionale.
Storie del passato vissute sul filo della memoria attraverso una
dichiarata identità generazionale così come letture
storiografiche comprensibili anche in relazione ad affinità
generazionali tra i protagonisti si incrociano spesso nelle polemiche
ruotanti attorno al tema dei "revisionismi". Emergenze
di tale natura, talvolta evidenziate e talora implicite, ritornavano
in una lunga intervista sull'"uso politico della storia"
concessa il 15 ottobre 2000 da Claudio Pavone al giornale "La
Repubblica" . Nell'intervista, oltre a rimarcare le continue
commistioni tra politica e ricerca storiografica riscontrabili
nel dibattito pubblico e pur senza entrare nel merito del tema,
si evocavano le identità delle generazioni storiografiche
e il loro diverso modo di concorrere ad un discorso pubblico sulla
storia, sia come interlocutori attivi sia come fruitori. Pavone
affermava, tra l'altro, di essere particolarmente contrariato
nei confronti dei "neorevisionisti" soprattutto per
una cosa:
La
presunzione con cui si dà per scontato di essere gli unici
veri e "obiettivi" storici, relegando gli altri tra
gli epigoni di una storia ufficiale e di regime. Quel che mi preoccupa
- ecco quanto interessa riprendere - è che così
si crea un clima di conformismo, che potrebbe influenzare i ricercatori
più giovani.
Inoltre, riferendosi sia agli appunti di chi sulla stampa, aveva
osservato una scarsa e comunque tardiva presenza degli storici
e delle voci laiche nel dibattito culturale sul revisionismo,
sia alla domanda di Simonetta Fiori circa una presunta e paventata
mancanza di "coraggio leonino" negli "storici di
mezz'età", Pavone aveva modo di porre lo snodo del
problema che qui mi preme contribuire a discutere.
Mi
è difficile [
] immaginare un Valiani o un Venturi
intimiditi da opinionisti influenti. Può darsi che alcuni
miei giudizi e alcune mie insofferenze derivino dall'appartenere
a un'altra generazione. Per uno studioso più giovane forse
è diverso. Devo peraltro registrare, negli ultimi tempi,
una reattività nuova: come se di fronte a certe grossolanità
storiografiche cominciasse a sorgere un senso di fastidio, un'orgogliosa
difesa del decoro professionale.
Per diversi studiosi della mia generazione - quella a cavallo
tra gli anni cinquanta e sessanta - è accaduto proprio
quanto Pavone adombrava. Egli aveva in mente forse e soprattutto
gli studiosi la cui identità è stata segnata dal
movimento del Sessantotto, quando il conflitto generazionale investì
direttamente proprio la memoria culturale di cui, fino ad allora,
si era alimentata la coscienza pubblica degli Italiani. Senza
voler generalizzare tra quanti, in quanto storici di professione,
collaborano ai giornali e alla confezione di iniziative per il
consumo mediatico della storia, per molti della mia generazione
credo si possa dire che è stato un incredibile accumulo
di semplificazioni e "provocazioni" a sfondo politico-ideologico
(prima sull'antifascismo resistenziale e in generale sui miti
di fondazione dell'Italia repubblicana, quindi sul Risorgimento
e sulla legittimità dello Stato laico nazionale) a produrre
un forte fastidio culturale e a stimolare la rivendicazione, in
primo luogo, di un maggiore rispetto per l'etica professionale
dello storico. Già nella riflessione di Pavone emergeva
però anche la percezione di un modo di partecipare alla
pubblica discussione sulla storia che gli appariva diverso a seconda
delle generazioni. Mi pare questa una intuizione da sviluppare.
Tra gli animatori del dibattito di questi ultimi mesi attorno
ai grandi temi "spartiacque" della storia nazionale
non corre buon sangue ed anzi frequente è la tendenza alla
delegittimazione reciproca. Il conflitto delle memorie e la contrapposizione
ideologica degli anni passati sembrano alimentarsi di sempre,
nuove, motivazioni; come se si trattasse di sedimentazioni politico-culturali
non sradicabili, pena il venire meno di una identità di
gruppo (generazionale ?) e di una irrinunciabile autostima individuale.
Non è generalmente così e non potrebbe esserlo per
gli studiosi della mia generazione. "Revisionisti",
nel senso di cui si diceva, credo di poter dire, pensiamo di esserlo
tutti; vale a dire, nella condivisa consapevolezza circa l'intrinseca
pluralità delle storie e della Storia e quindi nella convinzione
che non possa esistere una sola storia accettabile o ritenuta
legittima, con la pretesa di schiacciare la memoria culturale
in un unico alveo. E ciò, sia che si guardi soprattutto
alla eredità di Renzo De Felice, sia che si eleggano come
interlocutori privilegiati gli interpreti di altre tradizioni
di studi. Non infrequente è la collaborazione tra quanti
si richiamano a queste diverse scuole storiografiche, spesso su
posizioni critiche ma senza che questo debba comportare il mancato
riconoscimento degli apporti di ciascuno alla crescita della conoscenza
storica. Mi sembra anzi di poter aggiungere che la soggettività
delle ultime generazioni storiografiche possa contribuire ad una
duplice finalità, di cui sentiamo tutti la necessità:
la costruzione di quell'etica della discussione pubblica sulla
nostra storia che ancora in Italia manca , nonché la scrittura
di una "storia nazionale" in cui anche chi ha meno di
trent'anni e non ha potuto vivere le passioni estreme suscitate
dalle fedi politiche possa confrontarsi con una narrazione che
dia un senso anche alle "piccole storie" delle generazioni
che si sono succedute nell'ultimo secolo.
Le forme pubbliche della discussione su argomenti storici - lasciando
stare in questo caso le sedi accademiche - continuano invece ad
uniformarsi generalmente a canoni retorici che, invece di temperare,
esaltano il senso di appartenenza di natura politico-ideologico.
In questo contesto, anche i portavoce più maldestri di
pur legittime interpretazioni revisionistiche, che tanto più
si affidano a toni sentenziosi quanto meno possono esibire i frutti
di nuove ricerche, rischiano di trovare l'ambiente più
idoneo a produrre un senso comune storiografico semplificato e
distorto. I loro interlocutori infatti, troppo spesso, piuttosto
che evidenziare le violazioni dell'etica del mestiere dello storico
e delegittimare qualsiasi loro credibilità culturale, contribuendo
magari ad alzare i toni delle polemiche - alcuni aspetti delle
discussioni giornalistiche suscitate dal cosiddetto "caso
Vivarelli" mi sono sembrati rappresentativi di tutto ciò
-, finiscono con il rinfocolare le logiche dell'appartenenza politica
in chi comunque ha già scelto da che parte stare. Il nostro
principale problema è invece quello di dare risposte alle
domande di conoscenza storica - lo ripeto - di chi ha meno di
trent'anni. In questo senso, sia Claudio Pavone sia Umberto Eco
, in meditati interventi sulla stampa, hanno ben evidenziato quale
sia l'immagine che del racconto della storia nazionale si rischia
di accreditare agli occhi dei giovani nati negli ultimi due-tre
decenni del Novecento. Essi l'hanno fatto proprio ammonendo circa
gli effetti che sta avendo l'offensiva politico-culturale di un
"revisionismo" che, attraverso i giornali e la televisione,
volesse promuovere una riscrittura della storia d'Italia non tanto
antitetica ad altre - il che, lo ripeto, è legittimo -,
ma del tutto improbabile rispetto ad ogni serio riscontro documentario
e ad ogni verificabile contesto storico che si misuri con la comparazione
europea .
Una storiografia che rifiuti le strumentalizzazioni politiche
deve comunque saper trasformare la difesa della dignità
professionale di quanti la esercitano in una rinnovata capacità
propositiva. La produzione di un senso comune storiografico che
sia il frutto di una approccio critico e consapevole alla rielaborazione
delle pubbliche memorie degli Italiani è indispensabile
per promuovere una effettiva religione civile; vale a dire, senza
inoltrarci in questa sede in definizioni concettuali impegnative,
un diffuso senso di responsabilità tra i cittadini verso
le istituzioni e una sentimento di lealtà verso la Repubblica
(altrimenti detti un patriottismo repubblicano) . Sappiamo che
in Italia è stato soprattutto uno scienziato della politica
come Gian Enrico Rusconi a porre il problema del "debole"
patriottismo repubblicano come spia e riflesso della nostra labile
identità nazionale . Si è trattato però di
una sorta di esercizio "a tavolino", allo stesso tempo
retorico e pedagogico, tutto teso a costruire una improbabile
e astratta "memoria condivisa", marginalizzando la natura
pluralistica e conflittuale delle culture politiche e anzi con
il rischio di promuovere la costruzione di una memoria culturale
degli Italiani che si regga più sugli oblii che sulla effettiva
storicizzazione del nostro passato. Tocca allora agli storici
scavare nelle diverse memorie degli Italiani e indagare sulla
natura dei miti di fondazione dello Stato nei centocinquanta anni
post-unitari, sui simboli e sui valori grazie a cui la classe
dirigente ha tentato di "fare gli Italiani" e di creare
un sentimento nazionale; ovvero, sulle ragioni per le quali essa
non è stata in grado di fare ciò, quando addirittura
non ha voluto (fortunato sarà invece, sotto questo profilo,
chi potrà studiare l'ammirevole opera di ricostruzione
di un corredo di simboli nazionali che sta promovendo il presidente
della Repubblica Azeglio Ciampi). Se almeno dall'inizio degli
anni novanta la ridefinizione del nostro passato è diventata
sempre più una questione che ha travalicato gli ambienti
accademici per approdare ai mezzi di comunicazione di massa, questi
temi sono sicuramente decisivi nella costruzione di un nuovo discorso
pubblico sulla storia del nostro paese . E' singolare invece che
proprio su questo terreno le interpretazioni che si confrontano
risultino prive di condivisi percorsi di ricerca. Ci si affida
prevalentemente ad altro; i "revisionisti", soprattutto
nel caso di temi come la Resistenza e l'antifascismo, all'enfatizzazione
di vicende individuali presentate come esemplari nel riscrivere
la Storia tout-court e nel contraddire una presunta ortodossia
interpretativa, la storiografia di sinistra a una rappresentazione
di miti e simboli riletti in chiave spesso troppo autoreferenziale.
Qualora invece la storiografia italiana tutta, con i diversi approcci
possibili, riuscisse a investire le proprie risorse intellettuali
anche su questo terreno - così come si sta cominciando
a fare -, liberandosi nel contempo di una certa insofferenza verso
lo studio dei fattori sentimentali e psicologici nella storia
delle identità collettive, un fecondo "revisionismo"
potrebbe effettivamente risultare utilmente propositivo nel riqualificare
la dignità del discorso pubblico sulla nostra storia nazionale.
Il
presente come antistoria?
I cattolici e i cittadini mancati
di
Umberto Gentiloni
Nei
mesi che abbiamo alle spalle non sono mancati dibattiti, prese
di posizione e polemiche con riferimenti espliciti alla storia
e alle sue possibili interpretazioni. Si è passati dai
giudizi sulla stagione della Resistenza e della fondazione della
repubblica ai temi dell'identità nazionale e delle sue
debolezze vere e presunte. Un crescendo continuo che non ha risparmiato
l'impostazione e la stessa libertà di scelta dei libri
di testo, il rapporto con le due superpotenze nei decenni della
guerra fredda, il significato stesso del Risorgimento e del processo
di unificazione italiana, il ruolo e l'eredità delle diverse
culture politiche dell'Italia repubblicana.
Il confronto fa bene alla storia perché sottopone ricerche
e interpretazioni al vaglio del pluralismo dell'informazione e
del sapere, tuttavia troppo spesso non si è trattato di
una dialettica tra posizioni o approdi storiografici. La polemica
politica ha orientato (non ci sarebbe di per sé nulla di
male) e piegato giudizi e riferimenti definendo un campo di indagine
e una metodologia che poco hanno a che fare con la riflessione
storica o con le differenziazioni storiografiche. Non mi sembra
si possa parlare di "uso pubblico della storia", che
è questione seria e legata allo sforzo di comprensione
che anima la ricerca di chi si occupa di storia . È prevalso
l'obiettivo di sovrapporre senza attenzioni metodologiche o impostazioni
verificabili il passato e il presente, un "presente come
antistoria" che ha spesso penalizzato gli spazi di una discussione
feconda e non conformista. Il limite non è quello del rapporto
tra storia e attualità, o se vogliamo tra storia e politica,
inevitabile elemento costitutivo della conoscenza storica e della
sua evoluzione; ma quello della artificiosa confusione di ruoli
(tra giornalisti, politici e storici) e soprattutto di metodologie
e linguaggi. Tutto è sembrato appiattirsi nella dimensione
della polemica spicciola del giorno per giorno senza che la fatica
dell'approfondimento, della ricostruzione di realtà e fenomeni
complessi potesse avere un qualche spazio credibile. Non si può
né si deve generalizzare, ma l'impressione prevalente delle
"polemiche a sfondo storico" è stata quella della
ricerca (spesso celata sotto dichiarate intenzioni più
serie) di una conferma immediata, di un vantaggio politico da
poter "spendere" nel grande circo della comunicazione;
giudicare e talvolta provocare senza porsi il problema della comprensione
o della innovazione (la tanto controversa chimera della "revisione")
di tendenze o giudizi storiografici.
Prendiamo l'ultima - in ordine di tempo - disputa sul massacro
della divisione Acqui nell'isola di Cefalonia. Non è questa
la sede per ricostruire il merito dell'accaduto e del dibattito
presente o passato, ma ciò che non può non colpire
è la contraddizione tra la critica più volte emersa
in questi anni verso le istituzioni poco attente al necessario
rafforzamento di un quadro di identità nazionale condiviso
(colpevoli di non aver costruito un universo comune di appartenenza)
e la reazione al viaggio del presidente della Repubblica che avrebbe
occupato con la sua iniziativa prerogative e compiti degli storici,
sovrapponendo il suo ruolo istituzionale di più alta carica
dello stato con le funzioni della ricerca o della memoria dei
protagonisti. È sembrato un corto circuito pericoloso che
ha prodotto il risultato di chiudere gli spazi di una riflessione
seria, non incidentale per far prevalere posizioni cristallizzate
e contrapposte. Inizialmente non era stato così, penso
al commento di Claudio Pavone e ai temi di un possibile dibattito
da aprire, di un "revisionismo" serio capace di guardare
al futuro: è possibile retrodatare l'inizio della stagione
della Resistenza affiancando alle vicende romane di Porta San
Paolo l'eccidio di Cefalonia, e ancora quali riflessioni sulla
partecipazione dell'esercito italiano, sul ruolo della monarchia
sabauda e sui silenzi della storiografia ufficiale militare su
episodi così significativi? Un dibattito innovativo capace
di tenere insieme gli effetti delle iniziative istituzionali con
le ripercussioni dei romanzi sulla vita a Cefalonia , riaprendo
temi di fondo sulle fonti di documentazione o sul rapporto tra
storia e memoria, non ha avuto la forza (fino ad oggi) o la capacità
di farsi largo.
Se Cefalonia rappresenta l'esempio più vicino e forse più
emblematico delle difficoltà e dei limiti del dibattito
sulla storia e sui suoi usi, altri aspetti lo hanno in vario modo
attraversato. A più riprese si è posto l'accento
sul ruolo e sulla presenza del movimento cattolico nei decenni
dell'Italia unita. Nell'estate 2000 il dibattito è diventato
acceso quando sono state proposte letture al limite del paradosso
sul Risorgimento di impronta liberale anticattolico e anticlericale
(meeting a Rimini di Comunione e liberazione e mostra sui limiti
e sulle responsabilità del processo di unificazione ) o
quando le beatificazioni controverse di Giovanni Paolo II (mi
riferisco soprattutto a quella di Pio IX) hanno riacceso polemiche
che sembravano superate da tempo. Il XX settembre si è
quasi improvvisamente rianimato di quella divisione clericali-anticlericali
che sembrava essere stata sconfitta con il concorso di tutti,
da una parte e dall'altra. Ma dietro alle polemiche pretestuose
si cela una questione ben più interessante e attuale che
investe il tessuto della convivenza civile e le stesse debolezze
vere o presunte dell'identità nazionale italiana. In occasione
della rievocazione fiorentina del Gabinetto Vieusseux, il confronto
indiretto tra Pietro Scoppola e Indro Montanelli ha avuto come
oggetto il ruolo e la presenza della chiesa e dei cattolici nella
vicenda storica italiana, il rapporto fra coscienza religiosa
e coscienza nazionale . Con chiarezza sono emerse posizioni comuni
e punti di contrasto. Montanelli ha insistito sull'universalismo
cattolico come fattore di freno e di offuscamento della nostra
identità, "la Chiesa impedì all'Italia di diventare
una Nazione col suo Stato laico e agli italiani di diventare dei
cittadini muniti di una coscienza civile": un'analisi che
Scoppola condivide - almeno nelle sue linee di fondo - pur contrastandone
l'utilizzo, chiedendo di andare oltre la dimensione descrittiva
perché un giudizio del genere "non è che non
sia vero [
] ma non basta per comprendere il passato".
Il conflitto tra stato e chiesa, tra coscienza religiosa e coscienza
civile ha attraversato, com'è noto, l'intera parabola postunitaria.
Ma è riduttivo limitarsi a constatarlo, senza comprenderne
le ragioni oggettive. Ed è proprio la comprensione di dinamiche
e interpretazioni sul ruolo dei cattolici in Italia a rendere
la materia irriducibile a una polemica fine a se stessa o peggio
ispirata da finalità di altro tipo, magari pretestuose.
Due mi sembrano gli aspetti "preliminari" che investono
e condizionano lo sforzo di un'analisi seria sul ruolo e sulla
funzione del movimento cattolico. Il primo riguarda l'uso delle
terminologie di riferimento. Il rapporto con la sfera religiosa
rende l'oggetto dell'indagine storiografica meno definibile in
senso univoco, quasi "sfuggente": la chiesa, i cattolici,
i cristiani, il movimento cattolico, tutti termini che spesso
nella polemica spicciola vengono utilizzati in modo interscambiabile
senza la giusta attenzione al contesto e alla prospettiva storica
(tralascio volutamente i limiti e le incongruenze delle metodologie
prevalenti). L'uso impreciso dei termini allontana lo spazio di
un confronto serio e rigoroso producendo confusioni e sovrapposizioni
tra la storia e la storiografia, tra la politica e la religione
sfumando i contorni dell'oggetto su cui si vorrebbe intervenire.
Quando si fa riferimento ad una presenza religiosa - per esempio
- non la si può identificare con quella cattolica senza
tener conto del ruolo delle chiese riformate o della comunità
ebraica. E anche il concetto di identità o di coscienza
nazionale non è neutro o statico: il tempo modifica e definisce
i concetti di patria e di nazione che non hanno senso al di fuori
del contesto che li delimita.
Il secondo aspetto investe il tema delle difficili periodizzazioni
che caratterizzano lo studio del movimento cattolico. Da un lato
è impensabile affrontare le tematiche nuove dell'identità
e del ruolo dei cattolici nei processi di nazionalizzazione senza
un'ottica di lungo periodo, tenendo quindi conto delle tematiche
ottocentesche e dei percorsi differenziati dell'universo cattolico
italiano; dall'altro i decenni della Repubblica pongono domande
inedite e introducono fratture tali da avvicinare (non solo in
senso temporale) i termini di un'analisi possibile . Il ruolo
dei cattolici nella Resistenza, le tematiche legate al "vissuto"
degli italiani come componente di una cittadinanza comune, la
parabola e i paradossi della Democrazia cristiana, gli effetti
e le dinamiche del Concilio Vaticano II sull'arcipelago cattolico
e sulla società e la cultura di allora sono fattori che
negli ultimi anni hanno caratterizzato l'attenzione storiografica
con una produzione di studi (ancora agli inizi) di vario tipo
spesso ignorati dal confronto degli ultimi mesi . Il tratto unificante
è stato ed è tuttora la ricerca attorno al ruolo
complesso che la coscienza religiosa ha svolto nella storia della
Repubblica.
Può essere utile distinguere il piano della polemica da
quello della riflessione scientifica soprattutto cominciando a
orientarsi nella storiografia sul movimento cattolico e sul ruolo
dei cattolici nella nostra storia. Non voglio sostenere che non
ci sia contatto o non debba esserci interazione tra i due livelli
(riflessione storica e dibattito sull'attualità), ma penso
che la confusione metodologica e dei piani (tra passato e presente)
non produca passi avanti e rischi di riproporre cliché
storiografici che assomigliano più a delle caricature che
a un dibattito serio e perfettibile; il rapporto tra storia e
politica e tra passato e presente non può che essere assunto
criticamente come punto di vista e come oggetto stesso dell'indagine,
come parte costitutiva del lavoro dello storico.
Se si tralasciano gli aspetti più polemici o le prese di
posizione più provocatorie sul ruolo dei cattolici nel
processo di unificazione possiamo ricondurre gli studi più
recenti attorno ad alcuni grandi temi o questioni (o se si vuole
"piste di ricerca") che investono ruolo e funzione del
movimento cattolico.
1. L'indagine sul risorgimento e sulle sue modalità di
realizzazione ha da tempo superato gli approcci esclusivamente
nazionali per interrogarsi sulla comparatistica continentale.
Nel nostro caso lo studio e la ricerca sul risorgimento italiano
ha senso se si inserisce nell'ottica dello sviluppo dei processi
di nazionalizzazione e di costruzione delle nuove nazioni nella
seconda metà del XIX secolo (Italia, Germania, Belgio,
Romania, Ungheria solo per citare i casi più noti). Il
contributo dei cattolici non si può leggere esaustivamente
dentro l'opzione transigenti-intransigenti riproponendo un improbabile
risorgimento anticattolico e quindi condannabile , ma va letto
nel quadro delle forme che le diverse componenti politico-culturali
dell'Ottocento italiano seppero dare ai percorsi di una lunga
e controversa nazionalizzazione . Sin dalle classiche Interpretazioni
del Risorgimento di Walter Maturi emergono - nelle pagine dedicate
a Ettore Passerin d'Entrèves - i temi legati alla centralità
degli aspetti religiosi e della indissolubile compresenza degli
stessi nelle dinamiche risorgimentali . Il percorso di Cavour
e il peso del periodo del "risveglio ginevrino", l'influsso
della cultura ginevrina degli anni '30 del XIX secolo sulla sua
formazione (gli studi di Francesco Ruffini ripresi da Jemolo )
rappresentano una premessa imprescindibile per impostare in modo
serio e efficace il tema dei rapporti tra stato e chiesa nei primi
anni del Regno d'Italia (penso alle pagine di Rosario Romeo ).
Sono decenni di studi e interpretazioni che scompaiono, non vengono
presi in considerazione (quasi che su ogni tema o argomento si
dovesse ricominciare da zero) nell'incalzante ritmo della polemica
fine a se stessa, nello spazio di pochi giorni.
2. Le nuove domande sul ruolo dei cattolici sono in parte il ribaltamento
dell'approccio che ha caratterizzato le prime significative stagioni
di studi del secondo dopoguerra. Per decenni si è indagato
sul movimento cattolico come movimento degli "esclusi",
cercando nella sfera dell'intransigenza quei nessi con il popolarismo
prima e con il ruolo centrale della Democrazia cristiana nell'Italia
repubblicana poi; il movimento intransigente diventava il tessuto
organizzativo (esclusivo) della presenza cattolica nella società
italiana. Oggi la riflessione più innovativa mette al centro
le domande sull'identità e sulle appartenenze politico
culturali. In questo contesto la diatriba transigenti-intransigenti
è utile se aiuta a cogliere i limiti dell'intransigenza
e del rifiuto della modernità e della democrazia; il freno
che l'atteggiamento simboleggiato dal non expedit ha prodotto
al formarsi di un'identità condivisa e di forme di rappresentanza
politica (e anche di educazione alla democrazia) in grado di allargare
la sfera della partecipazione . La stagione di risposta all'impostazione
crociana contenuta soprattutto nella Storia d'Italia dal 1871
al 1915, che ridimensionava fortemente il ruolo dei cattolici
, sembra conclusa e tornano di attualità e di grande interesse
le conclusioni contenute nella lezione di Arturo Carlo Temolo,
quando spiegava che il conflitto tra stato e chiesa era parte
di una riflessione più generale sulle modalità di
costruzione e di sviluppo del nostro paese . Su questa scia studi
e interpretazioni hanno caratterizzato gli anni più recenti,
anche con ipotesi diverse, basti pensare ai lavori di Guido Verucci,
Andrea Riccardi, Francesco Traniello e Guido Formigoni .
3. Il tema più difficile e allo stesso tempo più
interessante: il rapporto della chiesa con la modernità
o se si vuole i percorsi e i processi di secolarizzazione. Sono
riflessioni contenute negli studi ormai decennali, di Verucci,
Scoppola, Miccoli, Traniello (solo per citare i principali) che
hanno in modi diversi affrontato le questioni dello sviluppo di
un rapporto inedito tra chiesa e democrazia, tra società
di massa e fenomeno religioso . Sono piste di ricerca che investono
l'immagine e la sostanza stessa delle analisi sul XX secolo; spesso
tralasciate anche dalle produzioni storiografiche più recenti,
e non soltanto quelle italiane . Quale il rapporto tra chiesa
e democrazia? Tra chiese e potere politico? Come si definisce
il percorso cattolico pre e post conciliare rispetto ai temi dell'identità
nazionale e della funzione universale del messaggio religioso?
Quale il ruolo attuale della chiesa di fronte alla crisi delle
certezze e dei riferimenti del passato? La chiesa è l'unico
fattore che unifica il paese e riempie vuoti altrui, uscendo rafforzata
dalla crisi di questi anni (Bodei) ? O al contrario la chiesa
ha svolto e svolge un ruolo negativo perché si oppone alla
definizione progressiva di una statualità nazionale, sin
dai tempi della controriforma (Schiavone, Galli della Loggia)
?
Tutti interrogativi che accompagnano, e presumibilmente accompagneranno
a lungo, la riflessione storiografica.
La "questione" del Risorgimento.
Note in margine a un dibattito estivo
di
Roberto Balzani
Nell'estate
del 2000, quasi all'improvviso, approda sulla prime pagine dei
maggiori quotidiani, e in genere sui mezzi d'informazione, il
Risorgimento. Poco frequentato, in realtà, dagli inserti
culturali dei giornali - che gli preferiscono di gran lunga, se
proprio debbono occuparsi di storia contemporanea, fascismo e
nazismo - il periodo "eroico" della lotta per l'indipendenza
nazionale conosce un inaspettato revival in occasione di due eventi
dal forte impatto mediatico: il meeting riminese di fine estate
di Comunione e liberazione, nel cui ambito, il 21 agosto, viene
inaugurata una mostra dall'impostazione chiaramente "revisionistica"
(e poi vedremo in che senso) ; e la solenne beatificazione di
Pio IX, di qualche settimana successiva (3 settembre) .
Il ripensamento della storia d'Italia cui questi due fatti sembrano
alludere scatena una polemica alimentata da studiosi di formazione
democratica e liberale: un moto d'indignazione che agenzie e periodici
riprendono, almeno fino alla data simbolo del 20 settembre ; dopodiché,
altri argomenti e altri interessi prevalgono, i toni si smorzano,
le voci si affievoliscono. Di questa polemica tardo-estiva rimarrà
ben poco, se si escludono alcuni incontri promossi da centri minoritari,
e comunque ristretti, della cultura cosiddetta "laica".
C'è da dubitare che fra la gente comune qualcuno, già
in questo marzo 2001, ricordi il duello di fondi, convegni e lanci
d'agenzia consumatosi appena pochi mesi fa. Perché parlarne,
allora? Non per l'affaire in sé, ovviamente, ma per quello
che svela dei riflessi culturali italiani di quest'inizio di secolo.
Le
"forme" del contendere
Dobbiamo
distinguere. Esistono temi che nascono, o vengono utilizzati,
per il consumo mediatico a corto raggio, rapido e incisivo. Non
ha alcuna importanza a quale disciplina o a quale segmento dell'informazione
essi afferiscano: l'importante è che funzionino sotto il
profilo "tecnico". E, per funzionare, essi devono evocare,
o creare, due campi contrapposti, devono rendere visibile lo scontro,
e infine devono "commuovere" l'opinione pubblica, stimolando
riflessi sopiti, o inducendo tic culturali. Parlo di "opinione
pubblica", perché il "pubblico", nel suo
complesso, non li riguarda. Il "pubblico" coglie distrattamente
qualche eco lontana, mentre l'"opinione pubblica", che
è poi il "popolo" di Berchet, quello della Lettera
semiseria, divora mediaticamente le novità, se ne abbevera,
si schiera. Quant'è vasta l'opinione pubblica? Non saranno
più i "millecinquecento lettori" di cui parlava
polemicamente Enzo Forcella in un famoso saggio della fine degli
anni Cinquanta, ma neppure i milioni. È un ambiente ristretto,
che sa cogliere il gergo del giornalismo e si diverte giocando
con le raffinate astuzie della politica culturale. Non mi sento
di tracciarne un profilo sociologico, ma è intuitivo, credo,
che parlo di un'élite sulla quale la storia e la memoria
esercitano ancora un certo fascino. Il consumo mediatico di "questioni"
storiche, per lo più inerenti all'età contemporanea,
è, dunque, un divertimento per pochi intimi; lo praticano,
insieme agli ambienti intellettuali del Paese, la classe dirigente,
laica ed ecclesiastica, e, sempre più maldestramente, i
leader politici. Lo spazio che i giornali riservano a tali "questioni"
appare decisamente sproporzionato rispetto al reale interesse
del pubblico potenziale e riflette l'impronta un po' pedagogica
e un po' snobistica della stampa periodica nostrana. Perché
questo particolare bene di consumo funzioni, occorre che a un'azione
provocatoria, o a un'enunciazione discutibile, riportate da giornali
e telegiornali, corrisponda una reazione, che verrà puntualmente
registrata dai media (in altri contesti non lo farebbero) proprio
per dimostrare che, ohibò, è stato toccato uno dei
nervi scoperti della nazione. Sottrarsi al meccanismo è
impossibile: se, moralmente, senti il bisogno di intervenire e
intervieni, sei immediatamente strumentalizzato; se non intervieni,
lasci campo libero agli "altri"; se intervieni comunque
(persuaso o no di quello che dici) per il gusto esclusivo e narcisistico
di andare sui media, allora hai capito una fondamentale regola
del gioco.
Il Risorgimento, di norma, non entra fra i "soggetti"
mediaticamente trattabili o riducibili a fast food mediatico:
esso implica un livello minimo di "specializzazione"
troppo elevato per l'opinione pubblica del tempo in cui viviamo
(trenta o quarant'anni fa le cose sarebbero state un po' diverse).
Se, però, esso incrocia altri due bei temi "classici"
- il rapporto fra Stato e Chiesa e quello fra nazione e federalismo
-, allora diviene improvvisamente praticabile. Come, in effetti,
è accaduto sul finire dell'estate 2000. Vorrei aggiungere
un argomento: tutto questo non ha nulla a che vedere con la storiografia
o con la memoria. Nulla di quello che è rimbalzato sui
giornali o sui telegiornali ha, infatti, la pretesa di durare
un minuto più del momento in cui l'affaire svetta, al punto
culminante della sua parabola, nel cielo dell'informazione; dove
vadano a perdersi i cascami luccicanti di questa cometa, a nessuno
interessa davvero.
Uso pubblico della storia? Sì, certo. Purché sia
ben chiaro che questo "uso" si legge "consumo"
e che "storia" si legge "categoria di beni mediaticamente
manipolabili". I risvolti morali non ci sono, se non per
una parte - molto piccola - di protagonisti o per qualche lettore/spettatore
affetto da eccesso di lacrimazione. Finita la storia, si passa
al terremoto, agli stupri o alla mucca pazza: il duello, nei giardini
del Luxembourg della città elettronica, si sposta verso
altre, più promettenti contrade.
Esiste, però, un'altra "forma", più profonda
e importante. È la memoria culturale di cui parla Jan Assmann
. Non la storia "tecnica", che ha un suo statuto scientifico
e propri canali di (ristretta) divulgazione: ma quella parte di
passato che, ritualizzata, banalizzata, canonizzata, diviene socialmente
disponibile e finisce per rafforzare l'identità delle comunità
umane. Una memoria che sopravvive all'interno di "quadri
sociali" definiti, fortemente selettivi rispetto a ciò
che merita di essere dimenticato e ciò che deve essere
tramandato. Sotto questo profilo, non c'è dubbio che il
Risorgimento abbia fatto parte della memoria culturale dell'Italia
unita per lungo tempo. Un esempio? I programmi della scuola elementare
promossi da Giovanni Gentile nell'autunno del 1923 . In terza,
i bambini erano intrattenuti su fatti e vicende del periodo 1848-1918;
in quarta, studiavano greci e romani; in quinta, dopo un fugace
accenno ai "secoli bui", ecco di nuovo l'Ottocento,
e poi la Grande Guerra, con esercito e marina in primo piano;
e infine un quadro delle grandi conquiste sociali e amministrative
del Paese dal 1861 in poi. La scuola comunicava la memoria culturale
alle nuove generazioni; le quali vivevano, per altri versi, in
un contesto extra-scolastico profondamente infiltrato dai ricordi
collettivi più recenti. Le giberne del babbo o del nonno,
il "Corriere dei Piccoli" , i soldatini di carta e (più
raramente) di piombo, le bandiere del IV novembre a che altro
servivano se non a certificare la presenza del piccolo cittadino
in un flusso impegnativo ma rassicurante di certezze circa il
passato e l'avvenire? Mi chiedo quali polverose anticaglie affollino,
oggi, la memoria culturale di un ragazzo. E poi essa esiste ancora,
o è stata sostituita solo dai beni di consumo mediatici
di cui abbiamo appena parlato?
La
"materia" del contendere
Bisognerà
passare ai contenuti. Quelli selezionati da Gentile sono chiari
ed hanno funzionato fino ai primi anni Cinquanta. È avvenuto,
poi, un processo di revisione e di sostituzione della memoria
culturale. Le informazioni canonizzate e selezionate nell'età
del nazionalismo sono state interpolate o poi soppiantate da altre,
prodotte dalla koiné culturale transnazionale anglo-americana
. Attenzione, però! La koiné "occidentale"
non ha agito a livello di programmi per l'istruzione (se non per
l'ovvio riferimento al quadro di libertà e di democrazia),
bensì a livello di prodotti per l'infanzia e per il consumo
culturale extrascolastico: soldatini, modellini, editoria a sfondo
"bellico" o western ecc. Il dramma della memoria culturale
nazionale è reso magnificamente dal destino del "Corriere
dei Piccoli", prima difensore strenuo dell'italianità
contro le contaminazioni "alleate", poi costretto a
inserire indiani, cow boys e giubbe blu fra i "nuovi eroi"
di carta .
Il 18 marzo del 1876 cadeva il governo della Destra storica. Pochi
mesi dopo, il 25 giugno, al Little Big Horn, moriva il generale
Custer. Se devo pensare a quale tra i due eventi ha plasmato il
mio Ottocento di babyboomer, non ho esitazioni: il secondo. E
perché, poi, a pensarci bene, io ed i miei amici non cercavamo
soldatini italiani (peraltro pressoché introvabili a quei
tempi), paghi degli inglesi e degli americani, o dei "cattivi"
tedeschi e giapponesi? Il passato c'era, eccome. La memoria culturale
pure. In più, però, c'era il consumo di massa, che
sorreggeva, in questo caso, una lettura dei tempi andati in chiave
anglo-americana. Anche se non ci si arrivava con il programma,
la seconda guerra mondiale viveva intorno a noi. Ci parlava dai
manifesti del cinema, dalle pagine dei giornalini, dalle vetrine
dei negozi di giocattoli. Quanto al Risorgimento, esso era stato
già allora espunto dai "quadri sociali" della
memoria. A partire qualche raro caso, non apparteneva più
all'ambiente del ricordo prossimo alla gioventù, e sopravviveva
forzatamente solo nella liturgia delle lezioni di storia in classe.
Certo è che nessuno si è mai realmente preoccupato
di studiare questa deriva, le cui conseguenze, sul piano della
cultura di massa, debbono essere state notevoli, anche limitandosi
a una stima superficiale: solo Jacques Le Goff, agli inizi degli
anni Settanta, pur sostenendo che "la storia delle mentalità
non [disponeva] ancora di concetti e di metodi ben definiti",
tracciava tuttavia un interessante "progetto di ricerche"
(appena una scaletta), nel quale alludeva alla necessità
di valutare "il peso della storia" nei mass media, nella
retorica politica, nella Chiesa, nei suoi "aspetti coscienti"
e "inconsci", fino a toccare la storia remota o cristallizzata
degli emigrati .
Forse, se il cinema italiano, mimando il western, avesse fatto
uno sforzo, anche il nostro Ottocento avrebbe conservato qualcosa
di familiare. E invece, a parte il tentativo del Brigante di tacca
del lupo di Germi (1952), con Amedeo Nazzari ufficiale dei bersaglieri,
niente . Solo muffa, retorica e filologia. Detto questo, è
intuitivo il corollario: a chi può interessare "riscrivere
il risorgimento"? Non ai giovani o alla gente comune, per
i quali il Risorgimento, in fondo, si riduce a tre nomi di strada
e qualche data. Né, d'altra parte, all'"opinione pubblica",
che del revisionismo è disposta a fare un consumo "mordi
e fuggi" sui media. A meno che il tutto non assuma, ancora
una volta, il profilo della "bolla", della pura trovata
strumentale, buona per catalizzare per un paio di settimane l'attenzione
dei lettori di giornale. Analizzando il testo pubblicato in appoggio
alla mostra agostana di CL, d'altra parte, si resta colpiti: non
c'è un rigo dedicato ai nuovi indirizzi storiografici e
metodologici (quelli, per intenderci, che Lucy Riall ha recentemente
catalogato e commentato in un utile libretto ), che avrebbero
potuto dimostrare in qual misura la storiografia sul Risorgimento
abbia preso le distanza dalle semplificazioni ideologiche nazionaliste
e sabaudiste. Persistono, invece, i luoghi comuni di sempre, ma
cambiati di segno. I buoni diventano cattivi; i cattivi buoni.
Nuove fonti? Non esistono. Nuovi strumenti di lavoro? Neanche
parlarne. Non un Risorgimento "riscritto", dunque: piuttosto,
un Risorgimento "alla rovescia". Utile per polemizzare,
forse per tentare di costruire una diversa memoria culturale (benché
in proposito nutra molti dubbi, se il tono e gli argomenti restano
questi); certo, non per capire.
La
"presentificazione" della storia
Torniamo
ad oggi. Entrate in un negozio di giocattoli e guardatevi intorno.
Osservate quanto, dell'offerta strabiliante presente sugli scaffali,
ricorda il passato. Poco o nulla. Il Medioevo è solo quello
"secondo Walt Disney" di cui ha scritto brillantemente
Matteo Sanfilippo ; e i soldatini della mia infanzia sono migrati
nei negozi di modellismo, per la felicità di qualche "ragazzo"
un po' âgé . Per il resto, solo presente o futuro:
un futuro luccicante, mitico, irreale, che spesso ha catalizzato
fantasmi e paure della storia. Ma i bambini non lo sanno. L'ultima
e la penultima generazione vivono al di fuori del flusso della
memoria culturale; semplicemente, non ne sentono alcun bisogno.
Nella seconda metà degli anni Settanta, di fronte all'invasione
dei manga e degli anime giapponesi , la grande vulgata occidentale
ha cominciato a dar segni di cedimento. Nuovi oggetti affollavano
il mercato destinato al consumo di bambini e adolescenti, sganciandolo
da qualsiasi riferimento retrospettivo. La "presentificazione"
dell'esperienza di vita, con la sua virtualità e le sue
continue "urgenze" (per le quali neppure un ragazzino,
ormai, "ha più tempo") impedisce un apprezzamento
della diacronia. La visione sinottica, attraverso due sensi privilegiati
- la vista e l'udito -, schiaccia letteralmente qualsiasi profondità
prospettica, uniformando e standardizzando le percezioni. Sullo
schermo i leoni della savana, le favelas o Hitler sembrano aver
trovato un minimo comune denominatore nella dinamica del processo
dell'informazione e della comunicazione. La ricostruzione "virtuale"
dei luoghi e dei siti perduti - che vale per l'antica Roma come
per la Parigi del primo Ottocento - rafforza l'idea di un passato
che si può, in qualche modo, vedere e rivivere mercé
una percezione puramente sensoriale e non culturale. In realtà,
mutatis mutandis, fra l'invenzione del passato di Viollet-le-Duc
e Camillo Boito e questa non corre molta differenza, quanto a
capacità d'interpolazione e d'immaginazione mitizzata.
Il problema, allora, non è più solo il Risorgimento.
Tutta la storia, a livello di massa, sta mutando statuto; e non
dico della storia "per specialisti" (specialisti ormai
anche antropologicamente diversi da una quota sempre più
rilevante della popolazione), o delle "cure" mediatiche
di storia consigliate, a dosi omeopatiche, alle élites:
mi riferisco alla memoria culturale depositata sul fondo delle
coscienze, che coglie allusioni e stimola corrispondenze, che
vive di semplificazioni e di riflessi. Questo modello di memoria
culturale, per la prima volta dall'Ottocento, sta declinando.
E declina non perché i contenuti siano cambiati (sono cambiati
tante volte, in due secoli); declina, perché è saltato
il "quadro sociale" della memoria, con tutte le procedure
di obbligazione e di legittimazione che portava con sé.
Se le cose stanno così, allora è chiaro che dare
più spazio alla storia contemporanea nei programmi scolastici,
come ha fatto il ministro Berlinguer qualche tempo fa, non può
ragionevolmente significare un "aggiornamento" rispetto
alla domanda del grande pubblico dei ragazzi, ma, tutt'al più,
un segnale politico inviato all'"opinione pubblica"
e agli "specialisti". Qualcosa che, per la generazione
"senza passato" (se non il proprio, piccolo e individuale),
non ha alcun senso. Mussolini, Carlomagno e Luigi XIV giacciono
tutti sprofondati in una melassa opaca, semplici nomi legati -
quando va bene - a qualche immagine sbiadita. "Dalle ricerche
dello Iard - scrive Roberto Cartocci - sappiamo che per i giovani
l'arte, la lingua, la cultura italiana sono, insieme alle bellezze
naturali, i principali motivi di orgoglio nazionale. Un orgoglio
tutto rivolto al passato è già la spia eloquente
di un disagio dell'oggi; per di più mal si concilia con
le lacune nelle conoscenze storiche, che i pochi dati a disposizione
indicano vaste e diffuse. In questo quadro è difficile
sfuggire alla sensazione che le giovani generazioni siano davvero
"senza memoria" e che il loro orgoglio si riferisca
all'Italia imbalsamata degli stereotipi e delle cartoline, più
che al paese in cui crescono e cercano di costruire la loro vita"
.
Mi viene un dubbio. E se fosse questa - e non quella, ben più
famosa e visibile, del '68 - la vera generazione di rottura? In
fondo, i ragazzi del '68 contrastavano una memoria culturale,
ma sapevano benissimo quale era il passato "selezionato"
che avevano alle loro spalle. Il conflitto fra "vecchi"
e "giovani" non usciva, in sostanza, dalla regola del
gioco che aveva consentito di definire, fino a quel momento, i
"quadri sociali" della memoria. Ho la sensazione che
il problema della comunicazione sia andato aggravandosi dopo;
e non perché i giovani rinneghino un passato che a loro
non sta bene, quanto piuttosto perché ritengono di non
averne più bisogno. La storia, disciplina ancora centrale,
almeno ideologicamente, nel contesto del sapere trasmesso ufficialmente,
non lo è più, forse, nella coscienza di una generazione.
Il che non significa, si badi bene, che una volta gli studenti
avessero più voglia di studiare la storia di quanto non
avvenga oggi; significa solo che, anche al di fuori del contesto
scolastico, essi disponevano comunque di "quadri sociali"
della memoria capaci di orientarli, attraverso le pur inevitabili
banalizzazioni e manipolazioni.
La
trappola del moralismo
Vorrei
essere chiaro. Non voglio dispensare giudizi morali. Il mio problema
è capire. Capire come si può ricostruire, se non
la memoria culturale - compito grave e complesso, che tocca tutti,
dalle istituzioni alle forze sociali, dalla politica alla famiglia
-, per lo meno un interesse minimale, personale per "quello
che è accaduto". È facile dire che questa generazione
di "marziani" appare abulica e incomprensibile; che
gli insegnanti, ultimi difensori di un sapere ufficiale sempre
più contestato, faticano a sedimentare idee e concetti
in menti distratte o impegnate in tante altre cose: il refrain
del buon tempo andato interviene quando la ragione vacilla. E
così, impercettibilmente, dalla ricerca delle cause scivoliamo
nella ricerca delle colpe. Il problema, a mio parere, è
duplice. Da un lato, è generale: siamo di fronte ad una
ristrutturazione così radicale dei sistemi di costruzione
e di trasmissione del sapere, che il vincolo logico, gerarchico
e temporale fra il prima e il dopo, basilare fino a ieri (pensiamo
al successo della vulgata positivistica), è destinato ad
essere soppiantato da un altro, reticolare, fondato sulla percezione
sinottica di una molteplicità di informazioni, selezionate
sulla base di criteri probabilistici? O si tratta di un effetto
distorsivo e contingente provocato dal medium tecnologico? Non
lo so, naturalmente. Ma credo che la questione presenti un côté
epistemologico di qualche interesse per gli storici.
Il problema, dall'altro lato, è anche particolare, e relativo
al Risorgimento. Rimosso dal cuore della memoria culturale già
da tempo, e, di fatto, relegato solo all'ambito degli specialisti
o dell'opinione pubblica più "avvertita" (e matura
soprattutto in senso anagrafico), esso ha qualche possibilità
di sopravvivenza reale, al di là del consumo mediatico
strumentale che se ne fa occasionalmente? Tutto dipende dal supplemento
di significato cui può aspirare nel presente (e, in questa
prospettiva minimalistica, credo inevitabile - per lo meno a livello
di residua memoria destinata alla "trasmissione" di
massa - attutire le peculiarità tipicamente italiane e
sviluppare, invece, le potenzialità di un'eventuale comparazione
con altri casi di Stati-nazione, non solo e non necessariamente
europei), e dalla funzione più o meno marginale che toccherà
al "passato" nel nostro futuro.