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Comunicato stampa

26/07/2001

Dalla rivista "Memoria e Ricerca" il lancio di una proposta che farà discutere

I giovani storici italiani reclamano un'etica del discorso pubblico sulla nostra storia nazionale


Si parla e si scrive di storia in tante sedi. A loro volta gli storici di professione sono sempre più spesso chiamati a dire la loro sui temi più disparati, spesso non riuscendo a sottrarsi alle tentazioni del consumo mediatico. Gli argomenti della storia contemporanea sono di conseguenza e spesso trattati sui giornali e alla televisione con sufficienza e con malcelate "guerre di religione" tra scuole e contrapposti fronti politico-ideologici.

Dalla rivista "Memoria e Ricerca" (n. 7, gennaio -luglio 2001), da alcuni anni palestra di diversi tra i più brillanti storici della generazione dei quarantenni - quelli, in sostanza, che nel 1968 non erano ancora adolescenti -, sotto il titolo "Uso, consumo e abuso della storia", viene una proposta che tende a scombinare le tradizionali appartenenze di scuole e gruppi storiografici. Nel rivendicare la necessità di ridefinire il rapporto tra la professionalità dello storico e la divulgazione della conoscenza storica, la rivista auspica il superamento delle insofferenze di natura politico-ideologica che, così di frequente, sono emerse nelle polemiche intessute nei mesi scorsi dagli storici che scrivono sui principali quotidiani nazionali. Lo scopo cui si mira è la costruzione di un libero confronto sulla storia nazionale, con una rinnovata funzione della storiografia nella promozione della ricerca e nel concorso alla definizione di una memoria culturale pubblica.
Al fondo delle tante e esacerbate polemiche - sostengono i giovani storici - risiede anche un problema generazionale di fondo, che rende così difficile la costruzione di una civile etica del confronto sulla nostra storia nazionale. Accade che le storie del passato siano rivissute sul filo della memoria attraverso una dichiarata identità generazionale, incrociandosi con letture storiografiche che si giustificano anche in relazione ad affinità generazionali tra i protagonisti. Se perdurano continue commistioni tra politica e ricerca storiografica, sarebbe perché prevalgono le identità politico-culturali delle diverse generazioni storiografiche e il loro modo disgiunto di concorrere ad un discorso pubblico sulla storia. Persistendo le eredità del Sessantotto, quando il conflitto generazionale investì direttamente proprio la memoria culturale di cui, fino ad allora, si era alimentata la coscienza pubblica degli Italiani, il conflitto delle memorie e la contrapposizione ideologica degli anni passati sembrano alimentarsi di sempre, nuove, motivazioni; come se si trattasse di sedimentazioni politico-culturali non sradicabili, pena il venire meno di una identità di gruppo (generazionale ?) e di una irrinunciabile autostima individuale. La rivisitazione della storia nazionale e la sua revisione, abituali nel lavoro degli storici, avvengono pertanto attraverso semplificazioni e "provocazioni" a sfondo politico-ideologico (prima sull'antifascismo resistenziale e in generale sui miti di fondazione dell'Italia repubblicana, quindi sul Risorgimento e sulla legittimità dello Stato laico nazionale) tali da provocare un forte fastidio culturale e a stimolare, da parte dei giovani storici, la rivendicazione di un maggiore rispetto per l'etica della professione. Ecco allora la necessità di superare la contrapposizione tra "revisionisti" e "ortodossi", nella condivisa consapevolezza circa l'intrinseca pluralità delle storie e della Storia e quindi nella convinzione che non possa esistere una sola storia accettabile o ritenuta legittima, con la pretesa di schiacciare la memoria culturale in un unico alveo. E ciò, sia che si guardi soprattutto all'eredità di Renzo De Felice, sia che si eleggano come interlocutori privilegiati gli interpreti di altre tradizioni di studi. Del resto, non infrequente è la collaborazione tra quanti si richiamano a diverse scuole storiografiche, spesso su posizioni critiche ma senza che questo debba comportare il mancato riconoscimento degli apporti di ciascuno alla crescita della conoscenza storica. La soggettività delle ultime generazioni storiografiche - sintetizzano i giovani storici - può contribuire ad una duplice finalità, di cui si sente la necessità: la costruzione di quell'etica della discussione pubblica sulla nostra storia che ancora in Italia manca, nonché la scrittura di una "storia nazionale" in cui anche chi ha meno di quarant'anni e non ha potuto vivere le passioni estreme suscitate dalle fedi politiche possa confrontarsi con una narrazione che dia un senso anche alle "piccole storie" delle generazioni che si sono succedute nell'ultimo secolo.



Articoli da
"Memoria e Ricerca", n. 7, gennaio-giugno 2001



Uso, consumo e abuso della storia: per una discussione

R. Balzani
U. Gentiloni
M. Ridolfi










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Per maggiori informazioni:

Prof. M. Ridolfi
Tel: 339 1538539


Comunicato a cura del Cssem

 

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