Matteo Sanfilippo (Università della Tuscia, Viterbo)
Immagini
della Roma Repubblicana nella cultura nordamericana.
Negli
anni 30 la produzione europea ambientata nell'antica Roma è
in un vicolo cieco: il gusto del tableau vivant e la recitazione
esasperata tipiche del muto non collimano con le esigenze del
sonoro. Prende invece quota la produzione statunitense, che nei
primi decenni del secolo si è limitata a stigmatizzare
la crudeltà di Nerone (Nero and the Burning of Rome, 1908,
di Edwin Porter; Quo vadis?, 1913, di anonimo). Questi due film
erano i frutti sorprendentemente miseri di una cultura dominata
dall'immagine di Roma. Sin dai tempi della Rivoluzione il pensiero
americano ama infatti rispecchiarsi in Coriolano, Catone e Cicerone;
quando poi la nuova nazione ha iniziato ad aspirare a un impero
nell'Ottocento, ha riscoperto persino i meriti degli imperatori.
Alla fine del secolo scorso il richiamo alla Roma repubblicana
e imperiale si avverte soprattutto nell'architettura statunitense.
Alcuni padiglioni dell'Esposizione di Chicago del 1892 sono nel
"Roman style" che caratterizza anche l'Esposizione Panamericana
di Buffalo (1901) e gli edifici pubblici del periodo. Quel profluvio
di colonne e marmi, rigidamente bianchi, contraddistingue gli
scenari dei film "romani", ma non assicura loro il successo.
Pochi anni dopo, però, David W. Griffith suggerisce di
abbinare a quelle scenografie attrici poco vestite e di ricorrere
a storie con una solida morale cristiana. Sono così accontentati
i patiti dell'antichità riletta attraverso un neoclassicismo
aggiornato, i moralisti e gli amanti della bellezza muliebre.
Nei decenni successivi la Roma di celluloide all'americana ospita
gli adattamenti delle opere di Bulwer-Lytton (Gli ultimi giorni
di Pompei), Sinkiewicz (Quo vadis?) e Wallace (Ben-Hur). Lo spettatore
è sedotto dall'architettura e dalle tuniche trasparenti,
ma è anche avvertito che i peccatori pagano il fio delle
loro malefatte, mentre i cristiani guadagnano il regno dei cieli.
Tra questi film Ben-Hur: A Tale of the Christ (Fred Niblo, 1925)
si rivela un ottimo investimento e pone le premesse dei successivi
kolossal. Senonché la sua versione sonorizzata (1931) non
piace, perché il pubblico non vuole il riciclaggio del
muto, ma opere nuove. E queste sono prodotte da Cecil B. De Mille
che sfrutta il potenziale erotico della decadenza romana. I suoi
film esaltano la morale cristiana, ma indugiano sulle perversioni
pagane, come il bagno nel latte d'asina di Poppea (Il segno della
Croce, 1932). De Mille non rifugge dalle scenografie alla Griffith,
anzi la sua Roma è veramente gigantesca. Tuttavia è
più freddo del suo predecessore e nel corso di una carriera
lunghissima (1913-1956) impone una pratica dell'eccesso controllato,
assai apprezzato dai produttori timorosi di sforare il budget
senza attrarre spettatori. La lezione di De Mille influenza i
kolossal del secondo dopoguerra. Quo vadis? (Mervin Le Roy, 1950),
La Tunica (Henry Koster, 1953), Giulio Cesare (Joseph L. Mankiewicz,
1953), Ben-Hur (William Wyler, 1958), Barabba (Richard Fleischer,
1962), Cleopatra (Joseph Mankiewicz, 1963) e La caduta dell'impero
romano (Anthony Mann, 1964) sono in egual modo debitori al primo
mago dello storico-mitologico americano.
In questo revival dell'antica Roma giocano comunque più
fattori: la lezione di De Mille, ma anche il contatto diretto
con Roma durante la guerra, il turismo di massa e i nuovi rapporti
politici con l'Italia. A tali elementi si aggiunge la mai cessata
influenza architettonica. Tra le due guerre molti stadi americani
sono modellati sugli anfiteatri romani: è il caso, per
esempio, del Memorial Coliseum utilizzato nelle Olimpiadi di Los
Angeles del 1932. Nel secondo dopoguerra inoltre l'American Academy
di Roma ospita architetti affermati, che incorporano nei successivi
progetti elementi tardo-romani. Così Louis Kahn si ispira
alla Villa di Adriano a Tivoli e alle Terme di Caracalla. Il "Roman
style" torna di moda ed è esasperato nei tanti casinò
ed alberghi di Las Vegas, che vogliono riproporre, ingigantito,
il lusso sfrenato dell'impero.
Il kolossal degli anni cinquanta sfrutta questa passione per la
romanità, ma introduce anche una riflessione sugli Stati
Uniti come nuova Roma. L'America deve difendere i confini della
civiltà dai barbari comunisti, ma per far ciò rischia
di tradire le proprie origini. E' infatti nata imitando la Roma
repubblicana e sconfiggendo l'impero britannico, ora sta invece
sostituendosi a quest'ultimo: chi la salverà dalla degenerazione
che travolge ogni epigono della Roma imperiale? In tutti i kolossal
serpeggia questo interrogativo. La macchina spettacolare mette
in risalto la piccineria degli imperatori e dei loro funzionari.
Sono ben pochi i personaggi che danno prova di vera purezza d'animo:
i cristiani, naturalmente, e qualche stoico che vive ancora come
nella Roma repubblicana. In alcuni film, per giunta, neanche quest'ultima
è ben vista: Spartacus (Stanley Kubrick, 1960) contrappone
le virtù degli schiavi all'avidità dell'élite
senatoria. I kolossal sono quindi apologhi spettacolari, che invitano
l'America a non tradire le proprie origini, a non cedere a un'"imperializzazione"
assai pericolosa, a non dimenticare le ragioni degli schiavi (un
richiamo importante quest'ultimo, nel decennio in cui iniziano
le grandi lotte per i diritti civili). Il problema è affrontato
in quegli anni anche dalla fantascienza: tra il 1950 e il 1952
Isaac Asimov raccoglie in tre volumi il primo ciclo della Fondazione,
redatto a partire dal 1942 basandosi su Storia della decadenza
e caduta dell'impero romano di Edward Gibbon (1776-1788). Asimov
evidenzia come i germi del decadimento siano insiti in qualsiasi
impero. Soltanto progettando una valvola di sicurezza (la Fondazione
appunto) è possibile far sopravvivere la democrazia. La
riflessione di Asimov guarda in direzione opposta a quella seguita
dal paese. Negli anni 50 anticomunismo, antisemitismo e razzismo
si danno la mano, mentre negli anni 60 la Baia dei Porci e l'impegno
nel Vietnam dimostrano che gli Stati Uniti sono ormai simili all'impero
romano, hanno trovato i loro Parti e perso le pristine virtù.
Il kolossal ha fallito il suo scopo culturale e presto fallisce
anche al botteghino. Il flop della già ricordata Cleopatra
di Mankiewicz porta infatti la Fox alla bancarotta e fa crollare
tutto quel sistema produttivo.
La Roma imperiale e, più in generale, il kolossal in costume
spariscono dagli schermi americani, a parte tarde imitazioni dei
film di gladiatori all'italiana (The Seven Magnificent Gladiators
di Menahem Golan e Yoram Globus, 1982) e miniserie televisive
(Gli ultimi giorni di Pompei, 1984). Il peplum all'americana diventa
quindi occasione di presa in giro: la Roma puzzolente di A Funny
Thing Happened on the Way to the Forum (Richard Lester, 1966),
il discorso di John Belushi drappeggiato in un lenzuolo durante
il toga-party di Animal House (John Landis, 1978), lo schiavo
nero con la radiolona sulle spalle in La pazza storia del mondo
(Mel Brooks, 1981). Oppure deve accentuare la propria carica erotica
come nella versione americana di Io, Caligola (1979) di Tinto
Brass e Bob Guccione. Senonché il mito di Roma non scompare
del tutto. In architettura il post-modernismo si nutre di modelli
romani: il Getty Museum a Malibu ricalca, per esempio, lo schema
delle ville pompeiane. La saga di Guerre stellari di George Lucas
(i film nel 1977-1983; i romanzi, fumetti e videogiochi negli
anni successivi; la rimasterizzazione elettronica dei primi film
nel 1996; il nuovo episodio iniziato del 1999) è l'ennesimo
apologo sulla degenerazione di una repubblica caduta sotto un
malvagio imperatore. Soprattutto Il gladiatore (Ridley Scott,
2000) segna il grande ritorno della lotta per la libertà
condotta nelle arene di celluloide.
In conclusione i film, qui presi in esame, formano un corpus coeso,
con molti rimandi interni, spesso più importanti della
realtà storica per delimitare il piano della verosimiglianza
condiviso da troupe e spettatori. Sono infatti stranoti gli anacronismi
veicolati da questi film e ripetuti decennio dopo decennio: architettura,
abiti, pettinature, gesti e oggetti assolutamente sconosciuti
ai romani. D'altronde la stessa valenza del discorso sull'impero
(e quasi tutte queste pellicole sono ambientate nella crisi dopo
la morte di Cesare oppure durante l'età imperiale, salvo
quelle sul pericolo cartaginese, quali le già citate Annibale
e la vestale e Revak, lo schiavo di Cartagine) spinge a forzature
polemiche, poco curanti del dettaglio storico. Il Nerone del Quo
vadis? del 1951 ritrae, per esempio, il senatore McCarthy, mentre
Ben-Hur e Spartacus sono sceneggiati, alla fine dello stesso decennio,
avendo in mente il Medio-Oriente sotto il protettorato americano.
A questo proposito merita un suo autonomo spazio Il gladiatore
di Ridley Scott, nel quale sono scopertamente sottolineate le
citazioni del corpus filmico precedente e le licenze con la storia.