CSSEM - Novità


Maurizio Ridolfi (Università della Tuscia, Viterbo)

La Democrazia in America di Tocqueville.
La ricezione nell'Italia del Risorgimento.


Come sappiamo, negli ultimi anni gli studi di Alexis de Tocqueville (1805-1859), grazie al carattere interdisciplinare delle analisi condotte - tra storia, sociologia e politologia - hanno goduto un forte ritorno di attualità (memorie, diari di viaggio, scritti ecc.)[1] . Mentre altrove - nella madrepatria francese in primo luogo - la rivisitazione ha comportato una riflessione di ampia portata[2] , in Italia manchiamo di analoghi lavori. Ciò vale non tanto in relazione ai suoi scritti[3] e agli studi critici sul suo pensiero[4] , ma con particolare riguardo alla loro ricezione, all'influenza da essi esercitata e alle eventuali connessioni tematiche esistenti Tra Tocqueville e alcuni interpreti della cultura politica italiana[5] .
Quanto evocato sembra avere una sua ragion d'essere anche a proposito della prima ricezione dei lavori di Tocqueville, movendo in particolare dall'eco avuta in Italia da un'opera come la Democrazia in America. Eppure sappiamo che, nonostante un apparente disinteresse, diversi tra i principali interpreti del Risorgimento italiano non solo ebbero modo di leggerla[6] , ma altri ancora furono egualmente stimolati dalla "lezione americana" nel pensare alla configurazione della vita pubblica nell'Italia unita[7]. Non è allora inutile ripercorrere alcuni di questi momenti della "fortuna" di Tocqueville a cavallo degli anni dell'unificazione, quando l'osservazione delle altre realtà, europee e americane, moveva dalla finalità di garantire alla nuova Italia un accesso nel novero dei moderni stati nazionali.


La ricezione della Democrazia in America

Sappiamo che la Démocratie en Amerique fu pubblicata a Parigi e quasi contestualmente a New York in edizione inglese nella seconda metà degli anni Trenta del XIX secolo[8] . Essa era comprensiva di due parti. La prima (1835) si soffermava sulla descrizione delle istituzioni americane e sull'analisi del loro funzionamento, mentre la seconda (1840) insisteva sull'influenza di cultura, spirito civile e costumi nella società politica democratica. Tocqueville valorizzava la libertà democratica americana in diretta comparazione con le deboli istituzioni liberali della Francia, nonché in controluce rispetto alla originaria madre patria inglese. In realtà, proprio poiché l'opera di Tocqueville prefigurava un efficace approccio alla studio delle istituzioni e della vita pubblica nell'analisi della possibile coniugazione tra liberalismo e democrazia - altrimenti detto, tra libertà e eguaglianza -, sia la sua opera sia le sue sensibilità di studioso riscontrarono presto una certa eco anche nel mondo intellettuale e politico risorgimentale; nella sua componente liberale - basti pensare a Camillo Cavour[9] e a Marco Minghetti[10] - e in quella democratica. In questo secondo caso, influì l'esempio di una grande Repubblica che, a differenza dell'altro modello europeo, quello della Francia, rifuggiva lo spettro di una rivoluzione violenta e "rossa". La ricezione si ebbe soprattutto tra quanti erano particolarmente attenti al ruolo dei meccanismi istituzionali nelle fasi di transizione, intravedendo nel modello americano delle autonomie locali e nell'organizzazione federale dello stato un possibile riferimento per l'assetto dell'Italia unita. Allo stesso tempo, con Tocqueville si divideva la convinzione che lo sviluppo della democrazia ed ella partecipazione fosse legato alla funzione svolta dalla stampa e dalle associazioni.
La ricezione dell'opera tocquevilliana e la circolazione dei temi che in essa si trattavano precedette la traduzione in lingua italiana della Démocratie en Amerique. La prima edizione fu pubblicata nel 1884[11] , in uno dei due tomi del volume della collana "Biblioteca di Scienze Politiche" allestita da Attilio Brunialti, comprensivo anche dell'opera Democracy in Europe di Erskine May. Occorrerà aspettare fino al 1932 per avere una nuova edizione con l'editore Cappelli, curata da Giorgio Candeloro e ripubblicata in varie occasioni nel secondo dopoguerra con l'editore Rizzoli[12] . Ancor prima però della ricezione dell'opera una volta che essa fu disponibile per il pubblico italiano, è possibile recuperare spezzoni e indizi diversi di riflessione sui temi tocquevilliani della "lezione americana" di democrazia.
Intanto, alcuni momenti della sua biografia incontrano l'Italia, in forma diretta o indiretta. Nel 1827, quattro anni prima di recarsi negli Stati Uniti, Tocqueville inaugurò la sua teoria di viaggi di indagine proprio in Italia, con un lungo soggiorno, di cui rimane memoria nei suoi appunti a proposito del soggiorno in Sicilia[13] . Nel 1849 invece, nella sua qualità di Ministro degli Affari esteri tra il giugno e l'ottobre del 1849, si trovò a gestire l'epilogo drammatico della Repubblica romana sotto il peso dell'esercito mandato dalla Repubblica d'oltralpe[14] . La vicenda della Repubblica romana e della sua successiva eco ebbero conseguenze di segno diverso nel rapporto tra la democrazia americana e quella italiana e, rispetto ad esso, nella ricezione di Tocqueville in Italia. Da una parte, se Mazzini degli Stati Uniti ebbe modo di apprezzare al forma di governo repubblicana e la pratica diffusa delle libertà[15] , la Repubblica romana fu l'occasione che permise al popolo americano di simpatizzare con i democratici italiani e con la causa dell'indipendenza nazionale[16] . Su un altro versante invece, il ruolo ministeriale toccato a Tocqueville nel governo francese che represse la Repubblica romana, gli avrebbe assegnato una immagine poco allettante agli occhi di diversi democratici italiani, spesso attenti lettori della Démocratie en Amerique per quanto restii a tributagli pubblici riconoscimenti.
Mentre l'eco della Démocratie en Amerique fu significativa nel mondo dell'emigrazione italiana presente a Parigi[17] , ancor prima della stesura dell'opera tocquevilliana, nella penisola tra i primi a interrogarsi sui caratteri del "popolo nuovo" americano, proprio nel mentre Tocqueville aveva cominciato a redigere la sua Democrazia, fu Carlo Cattaneo. Lo studioso lombardo però moveva da uno stato d'animo ben diverso e soprattutto assai meno disponibile ad accreditare il popolo americano di caratteri tali da renderlo diverso (e migliore) dal popolo inglese. Nel 1833, scrivendo sulle tariffe daziarie negli Stati Uniti, si negava che quegli stessi uomini emigrati dall'Europa, quando non "persino sfuggiti alla giustizia", potessero essere cambiati solo perché divenuti i "coloni dell'America".

Le lingue, i libri buoni e tristi, le leggi civili e criminali, le sette, le fazioni, i costumi, i pregiudizi, le parentele, e spesso gli odi e gli amori li seguirono dall'Europa in America […].

Se quei retaggi, continuava Cattaneo, non potevano dirsi "affondati o dilavati nelle acque dell'Atlantico", fu grazie alle nuove istituzioni che la redenzione fu possibile.

Così è. Ma per la bontà di alcune istituzioni le successive generazioni crebbero migliori dei loro padri, ch'erano già migliori degli avi; e le generazioni crescenti saranno migliori ancora, perché allevate con cura e buona fede, e in seno all'ordine e alla ragione.[18]

Quasi dieci anni dopo, interrogandosi sulle caratteristiche degli stati moderni e dimostrando di avere in vari passi di aver letto l'opera di Tocqueville[19] , Cattaneo riconduceva alla medesima "stirpe britannica" i popoli inglese e americano.

La mistura e la tempra delle stirpi è la medesima; medesima la lingua, medesime le tradizioni religiose, eguale la forza espansiva, apri il genio delle grandi associazioni, l'indifferenza ai luoghi, la grandezza e la perseveranza dei pensieri il rispetto al merito, la fecondità delle invenzioni e l'attitudine ad applicarle e dilatarle. Se ogni propaggine di questo polipo avrà indipendenza di moto e di governo locale, tanto meglio promoverà e svolgerà ogni parte delli immensi suoi destini in tutte le parti del mondo[20] .

In realtà, Cattaneo prefigurava un problema interpretativo che anche recentemente Françoise Melonio ha messo a fuoco[21] , a proposito dello slittamento, che sarebbe rinvenibile nella complessiva opera tocquevilliana, tra una prima e una seconda fase. Se allora nella Democrazia in America il privilegio analitico accordato agli Stati Uniti corrispondeva alla convinzione che l'Inghilterra stesse subendo una crescente omologazione alla realtà politica dell'Europa continentale, nell'opera di venti anni successiva, L'Ancien Régime et la Révolution (1856)[22] , la prospettiva della lunga durata indusse Tocqueville a evidenziare le differenze socio-economiche e istituzionali presenti tra l'isola inglese e il continente, ricongiungendo Stati Uniti e Inghilterra in un modello anglosassone di democrazia liberale.
In effetti, quanti in Italia si avvicinarono ai lavori di Tocqueville in particolare alla Democrazia in America, lo fecero in quanto osservatori delle dinamiche storico-politiche europee oppure ricercando conferme, oltre Manica e oltre Atlantico, circa la bontà dei costumi (le associazioni in primo luogo) e delle istituzioni (il decentramento amministrativo prima di altro).
Esponente tra i più rappresentativi del federalismo di matrice cattaneana, Gabriele Rosa era stato tra coloro i quali, già nel 1848, aveva valorizzato il ruolo civile e politico del Municipio non solo traendone riprove dalla storia dei Comuni repubblicani medievali attraverso Simonde de Sismondi[23] ma anche tramite la lettura della Democrazia in America di Tocqueville[24].
Negli anni immediatamente postunitari, quando la costruzione dello Stato appassionava i giovani democratici, fu invece Alberto Mario a rivelare una notevole attenzione verso il mondo anglosassone e verso gli Stati Uniti, dove pure aveva svolto un viaggio. Negli articoli che egli pubblicò sul suo giornale, "la Nuova Europa", che si stampava a Firenze, le opzioni federaliste erano tanto esplicite quanto filtrate attraverso una curiosa trasposizione di letture e interlocutori. Si citava spesso John Stuart Mill, con le sue Considerazioni sul governo rappresentativo (1861) [25] , mentre non si rendeva il dovuto tributo a Tocqueville, di cui pure Stuart Mill si era largamente avvalso nel proprio volume; come se, si è opportunamente osservato, per Mario avesse contato più "la vicinanza cronologica dell'opera dell'inglese che non la trattazione sistematica del francese" [26] .
Il caso più significativo tra quanti mossero dalla realtà anglosassone per avvalorare ancor più la "lezione americana" di democrazia fu forse quello di Aurelio Saffi, stretto collaboratore di Giuseppe Mazzini e custode della sua memoria dopo la morte. Nei primi anni sessanta, egli ebbe spesso modo di scrivere e parlare sia dell'Inghilterra, dove l'esilio lo aveva portato per alcuni anni, sia gli Stati Uniti. Se nel caso inglese Saffi additava le moderne forme della vita civile e politica (i meetings, le petizioni popolari, il ruolo dell'opinione pubblica nei confronti delle istituzioni rappresentative, la vitalità associativa)[27] , nel caso americano l'attenzione si spingeva ancora più in là. Federalismo, decentramento amministrativo e largo pluralismo associativo sembrarono a Saffi i fattori costitutivi di un modello quasi ideale di democrazia. Così almeno gli sembrava quanto emergeva dalla guerra civile americana appena conclusa, con la speranza di vedere quindi superato anche il denunciato "flagello della schiavitù". Fu quanto traspariva dagli articoli che egli, a partire dal giugno del 1865, scrisse sul giornale "Il Dovere", intitolandoli Lezioni d'oltre Atlantico[28] . Fu quella anche l'occasione per rimeditare, senza enfasi e con spirito autocritico, circa le difficoltà per la forma repubblicana di governo a "metter radice in Europa", dove mancava l'impegno ad educare i cittadini all'esercizio della responsabilità civica e a destare "la pratica e la virtù pubblica", "dal Municipio alla Nazione". Rispetto alla repubblica federale americana, con la quale si era affermato uno spazio repubblicano non più limitato alla piccola città e a limitate configurazioni territoriali, secondo Saffi nell'Europa dei poteri accentrati pesava anche l'eredità del modello della repubblica rivoluzionaria francese. Essa, osservò,

esagerò il sistema, invece di abbatterlo: agitò colle sue teorie di libertà il mondo delle idee; ma, non uscendo ne' suoi atti dal terreno delle tradizioni monarchiche negli ordini amministrativi dello Stato, preparò la via all'Impero"[29].

Alla luce di queste riflessioni, comuni a larga parte della democrazia italiana, si comprende tanto la pervicace rivendicazione di una autonoma tradizione repubblicana nella storia italiana quanto la ricezione delle esperienze democratiche anglosassoni e americana in particolare[30].

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1. Per una rilettura critica dell'eredità intellettuale tocquevilliana, cfr. M. Gauchet, Tocqueville, l'America e noi. Sulla genesi delle società democratiche, Donzelli, Roma 1996. Con relazione alla storia della politica, per una correlazione feconda anche sul piano metodologico, cfr. M. Ridolfi, Interessi e passioni. Storia dei partiti politici italiani tra l'Europa e il Mediterraneo, Bruno Mondatori, Milano 1999, pp. 17-26.

2. Cfr. F. Melonio, Tocqueville et les Français, Aubier, Paris 1993. Su presupposti e implicazioni di "spirito democratico" americano e "spirito rivoluzionario" francese, cfr. P. Raynaud, America e Francia : due rivoluzioni a confronto, in F. Furet (a c. di), L'eredità della rivoluzione francese, Laterza, Roma-Bari 1989, pp.25-46.

3. Caposcuola degli studi in Italia fu Vittorio De Caprariis, alla cui cura si devono, tra l'altro, il volume Tocqueville in America, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1959 e l'Antologia degli scritti politici di Alexis De Tocqueville, Il Mulino, Bologna 1961. Si veda quindi N. Matteucci, Alexis de Tocqueville. Tre esercizi di lettura, Il Mulino, Bologna 1990; il medesimo autore aveva curato anche gli Scritti politici, vol. II: La democrazia in America, Utet, Torino 1969.

4. Cfr. F. Mioni (a c. di), Il teatro della politica. Tocqueville tra democrazia e rivoluzione, Diabasis, Reggio Emilia 1990; R. Giannetti, Interesse e spirito pubblico: note su Tocqueville, Giardini, Pisa 1994; A. Noto, L'Italia e il pensiero di Tocqueville, ??,Roma 1996. Si aggiunga S. Rota Ghibaudi, I percorsi della politica: teoria e realtà. Epistemologia, storia e scienza politica in Tocqueville, Ferrari e Mosca, Franco Angeli, Milano 1996.

5. Sulla contestualizzazione della proposta tocquevilliana di "libertà democratica", cfr. S. Mastellone, Storia della democrazia in Europa. Da Montesquieu a Kelsen, UTET, Torino 1986, pp. 75-81.

6. Cfr. A. Noto, Un mancato incontro. L'Italia e il pensiero politico di Alexis dem Tocqueville, LeN Editrice, 1996.

7. Si avrà modo di riprendere i distinti capitoli del volume collettaneo di G. Angelini-A. Colombo-V. Paolo Gastaldi, La galassia repubblicana. Voci di minoranza nel pensiero politico italiano, Franco Angeli, Milano 1998

8. Per l'edizione francese della Democratie en Amerique si rinvia A. De Tocqueville, Oeuvres complètes, t. I, 2 voll., Gallimard, Paris 1951. La prima edizione americana fu pubblicata nel 1838.

9. Cavour ebbe modo di avvicinare la Democratie en Amerique già nel 1935, nel scorso di un suo viaggio a Parigi: cfr. A. Noto, Un incontro mancato, cit., pp. 65-74.

10. Sulla funzione esercitata da Tocqueville - insieme a Constant e Rosmini -, nella formazione politica e culturale, cfr. M. Minghetti, Scritti politici, a cura di R. Gherardi, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma 1986, pp. 27-29 dell'Introduzione. Su Rosmini lettore della Democratie en Amerique, con una interpretazione volta sottolineare il nesso tra religione e società, cfr. A. Noto, Un incontro mancato, cit., pp. 51-64.

11. Cfr. La democrazia, volume I, Parte seconda: La Democrazia in America di Alessio di Tocqueville, Unione Tip. Editrice, Torino 1884.

12.
Cfr. A. de Tocqueville, La Democrazia in America, a c. di G. Candeloro, Rizzoli, Milano 1994. Una edizione ridotta fu pubblicata nel 1953 ed un'altra, riveduta sull'edizione critica francese, era uscita invece dapprima nel 1982 e quindi nel 1992.

13. Cfr. Voyage en Sicile, in A. De Tocqueville, Oeuvres complètes, Lévy, Paris 1874. Del viaggio in Sicilia se ne possono vedere alcuni stralci: La divisione della terra in Sicilia, in Antologia degli scritti politici, cit., pp. 25 sgg. Cfr. comunque A. Noto, Il viaggio in Sicilia di Tocqueville. Meditazioni italiane dello scrittore da giovane, in "Itinerari", n. 1, 1997, pp. 93-115.

14. Si ricorda, tra l'altro, G. Mazzini, Ai signori Tocqueville e Falloux: ministri di Francia. Lettera intorno agli affari di Roma, Società Editrice l'Unione, Losanna 1849. Per riscontri sull'attività parlamentare e ministeriale in quel periodo, si possono vedere: A. De Tocqueville, Ricordi, a cura di C. Vivanti, E. Riuniti, Roma 1991 e Id., Scritti, note e discorsi politici 1839-1852, a cura di U. Coldagelli, Bollati-Boringhieri, Torino 1994.

15. Cfr. J. Rossi, The Image of America in Mazzini's writings, University of Winsconsin, Winsconsin 1954.

16. Si vedano S. Antonelli, D. Fiorentino, G. Monsagrati (a cura di), Gli Americani e la Repubblica Romana del 1849, Gangemi, Roma 2000.

17. Cfr. ancora A. Noto, Un incontro mancato, cit., pp. 87-98.

18. C. Cattaneo, Notizia sulla questione delle tariffe daziarie negli Stati Uniti d'America desunta da documenti ufficiali, in "Annali Universali di Statistica, Economia pubblica, Storia, Viaggi e Commercio", 1833, pp. 133-166, anche in Id., Le più belle pagine scelte da Gaetano Salvemini, Donzelli, Roma 1993 (I ed.: Treves, Milano 1922), p. 40 per la citazione.

19. Nel volume di G. Angelini-A. Colombo-V. Paolo Gastaldi, La galassia repubblicana, cit., si veda il capitolo su Carlo Cattaneo e il federalismo radicale, p. 23.. A. Noto, Un incontro mancato, cit., pp. 99 sgg., evidenzia comunque l'esistenza di un rapporto tra Cattaneo e Tocqueville soprattutto a proposito dell'opera sul Systeme penitentiére, citata a più riprese a differenza di quanto non avvenga con la Democrazie en Amerique.

20. C. Cattaneo, Di alcuni stati moderni, in "Il Politecnico", V/1842, pp. 353-389, anche in Id., Le più belle pagine, cit., p. 39 per la citazione.

21. Cfr. Melonio, Tocqueville, cit.

22. Per la prima edizione italiana, cfr. A. De Tocqueville, L'Antico Regime e la rivoluzione, a cura di Giulio Pierangeli, Il Solco, Città di Castello 1920. Una successiva edizione si ebbe nel 1942, a cura di Giorgio Candeloro e con l'editore Rizzoli. L'opera è compresa nei citati volumi curati da De Caprariis e Matteucci, mentre per l'edizione più completa si veda quella curata da Corrado Vivanti e con introduzione di Luciano Cafagna (Eianudi, Torino 1989).

23. Cfr. S. De Sismondi, Storia delle repubbliche italiane nel Medioevo, Bollati Boringhieri, Torino 1996. Sul tentativo nel secondo Ottocento di recuperare la tradizione del municipalismo repubblicano, nel contesto di un risorgente mito del Medioevo, cfr. R. Balzani, Aurelio Saffi e la crisi della sinistra romantica (1882-1887), Edizioni dell'Ateneo, Roma, 1988, pp. 73-82

24. Cfr. P. C. Masini, La scuola di Cattaneo, in "Rivista storica del socialismo", n. 7-8, 1959, pp. 501-536, dove si riportano gli appunti di Rosa relativi alla lettura di Tocqueville, così come di John Stuart Mill e Joseph Proudhon. Nel volume di G. Angelini-A. Colombo-V. Paolo Gastaldi, La galassia repubblicana, cit., si veda il capitolo su Gabriele Rosa e il problema dell'Unità, p. 74-75.

25. Sulla ricezione di Stuart Mill nel liberalismo radicale italiano postunitario, si può vedere N. Urbinati, Le civili libertà. Positivismo e liberalismo nell'Italia unita, Marsilio, Venezia 1990, pp. 66 sgg.

26. G. Angelini-A. Colombo-V. Paolo Gastaldi, La galassia repubblicana, cit., p. 168 (capitolo su Alberto Mario e il "potere costituente").

27. Nel mio volume Il circolo virtuoso. Sociabilità democratica, associazionismo e rappresentanza politica nell'Ottocento, Centro Editoriale Toscano, Firenze 1900, si può vedere il capitolo Fra sociabilità democratica e "partito": Aurelio Saffi e l'associazionismo mazziniano, pp. 147-168.

28. Cfr. A. Saffi, Lezioni d'oltre Atlantico, in Ricordi e scritti, vol. VIII (1864-1866), Pubblicati per cura del Municipio di Forlì, Tip. Barbera, Firenze 1902, pp. 213-302. Per una valutazione più articolata, nel volume di G. Angelini-A. Colombo-V. Paolo Gastaldi, La galassia repubblicana, cit., si veda il capitolo su Aurelio Saffi e la lezione americana, pp. 113-116 in particolare.

29. A. Saffi, Lezioni d'oltre Atlantico, cit., pp. 261 e 264-65 per le citazioni.

30. Un ulteriore esempio venne da Dario Papa, il quale, dopo aver svolto un lungo viaggio negli Stati Uniti tra il 1881 e il 1884, ne volle dare una piccola testimonianza nel numero d'esordio del suo giornale "L'Italia del Popolo": cfr. Viaggio semi-sentimentale, 7/8 giugno 1890.

 

Seminario Internazionale

"Il Regno d'Italia (1861) e il Nord America"

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Istituto di Scienze Umane e delle Arti

Centro Studi Americani di Roma

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30 novembre 2001
Aula Magna 2

Università degli Studi della Tuscia

Facoltà di Lingue e Letterature Straniere Moderne

 




 

 

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