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Linguaggi
della politica nel '900
Propaganda e comunicazione di massa nella storia delle campagne
elettorali
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CORRIERE
DI VITERBO
VENERDI
31
MARZO 2001
Alla
facoltà di Lingue
Convegno sui linguaggi politici del 900
VITERBO
- E' in programma nella nostra città una tre giorni sui
Linguaggi della Politica del Novecento.
Dal 3 al 5 aprile si svolgerà un convegno internazionale
di studi organizzato dal Centro studi per la storia dell'Europa
Mediterranea, facente capo alla facoltà di lingue e letterature
straniere moderne dell'università della Tuscia.
Il centro studi, che ha sede proprio nella facoltà umanistica
ha stabilito che il crescente interesse culturale e scientifico
per i linguaggi della politica andava sottoposto all'attenzione
dei cittadini.
Ecco perché in questa tre giorni si tenterà un ardito
paragone tra le campagne elettorali di Rutelli e di Berlusconi
e quelle del passato. Il titolo del convegno è: "Linguaggi
della politica nel 900. Propaganda e comunicazione di massa nella
storia delle campagne elettorali".
Nel corso dei lavori si effettueranno delle ricognizioni sulle
valenze dei diversi media impegnati nelle propagande elettorali,
oltre a confrontare il sistema mediatico italiano con quelli degli
altri paesi europei.
Naturalmente si parlerà anche della cosiddetta "leaderizzazione"
della politica, vale a dire quella tendenza a stemperare le diversità
di una forza politica nella figura del suo uomo di punta.
IL
MESSAGGERO
LUNEDI
2 APRILE 2001
Le
campane elettorali nella storia: se ne parla all'Università
Un
tema quanto mai attuale quello dei convegno che si svolgerà
da martedì a giovedì prossimi nell'aula magna del
Rettorato in via San Giovanni Decollato a Viterbo. "Linguaggi
della politica nel '900: propaganda e ' comunicazione di massa
nella storia delle campagne elettorali", un'iniziativa promossa
dal Centro studi per la storia dell'Europa mediterranea ? Facoltà
di Letterature e lingue straniere moderne dell'Università
della Tuscia.
Numerosi
e articolati gli interventi che parleranno del modo di fare le
campagne elettorali negli ultimi cento anni Quattro gli argomenti
trattati in modo specifico: I linguaggi della politica, Le campagne
elettorali in Europa, Le campagne elettorali nella storia d'Italia,
Dalla propaganda alla comunicazione di massa. Interverranno docenti
universitari italiani e stranieri ed esperti dei settore.
IL
TEMPO - VITERBO
MARTEDI
3 APRILE 2001
E'
IL TEMA, QUANTO MAI ATTUALE, DEL CONVEGNO CHE SI APRE ALL'UNIVERSITA'
Storia
del linguaggio nelle Campagne elettorali
Niente
è più attuale, del convegno che si apre oggi alla
facoltà di Lingue dell'università della Tuscia.
Mentre la campagna elettorale "vera" è ormai
in pieno svolgimento, all'ateneo si parla di "Propaganda
e comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali".
Per discuterne, nei tre giorni previsti dal calendario della manifestazione
vengono a Viterbo studiosi di comunicazione provenienti da università
italiane e straniere.
Da
oggi pomeriggio a giovedì ci si interrogherà su
come e quanto è cambiato il modo di fare propaganda elettorale
negli ultimi cento anni. E si farà riferimento alle tecniche
di linguaggio utilizzate per catturare il consenso dei cittadini
- elettori. "Corrispondendo ad un crescente interesse culturale
è scientifico, oltre che alle continue sollecitazioni provenienti
da. giornali e televisione, il centro studi per la storia dell'Europa
mediterranea della facoltà di Lingue, in collaborazione
con il Centre d'histoire politique et religieuse dell'Europe contemporaine
dell'università di Parigi X Nanterre, organizza un convegno
che, attraverso un approccio comparativo interdisciplinare, lungo
la cronologia compresa tra gli inizi del novecento e i primi decenni
del secondo dopoguerra, il tema viene preso in esame con riguardo
al contesto europeo e quindi ad un'analisi ravvicinata del caso
italiano" spiegano il coordinatore scientifico del convegno,
Maurizio Ridolfi e Anna Caprarelli, della segreteria organizzativa.
Tra i temi esaminati, quelli sui quali gli studiosi tornano ad
interrogarsi in modo nuovo: il ruolo dei notabili nelle organizzazioni
del consenso, l'entrata in scena delle "macchine elettorali"
legate ai grandi partiti politici, il processo di massificazione
della lotta politica nel primo, e sopratutto nel secondo dopoguerra,
la personalizzazione e la spettacolarizzazione delle campagne
elettorali . Ultimo argomento le influenze della tecnologia nel
mutamento dei linguaggi della politica, sia nello sviluppo dell'informazione,
sia nell'utilizzo dei moderni mezzi audio visivi.
CORRIERE
DI VITERBO
MARTEDI
03 APRILE 2001
Inizia
oggi un originale convegno
Il linguaggio della politica: se ne discute all'Università
di
Giuseppe Rescifina
VITERBO
- Quale linguaggio usano i politici e cosa è cambiato in
Italia e in Europa nel modo di fare politica nel XX secolo? A
questo quesito intende dare una risposta il convegno internazionale
di studi sul tema Linguaggi della politica del '900. Propaganda
e comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali"
in programma nell'aula magna Bonaventura Tecchi della facoltà
di Lingue e letterature straniere moderne dell'Università
della Tuscia da martedi 3 a giovedi 5 aprile. Siamo in piena campagna
elettorale e già da tempo monta la polemica attorno ai
sistemi di propaganda, il convegno, pur non toccando la realtà
politica attuale, intende ricostruire una storia del linguaggio
usato dai politici nel Novecento. Un sistema che ha sempre più
cercato, di entrare in contatto con un maggior numero di utenti,
spesso senza riuscirvi e negli ultimi tempi provocando addirittura
con un certo rigetto. Comunque il linguaggio della politica ha
cercato di creare un certo interesse e, questo è un fenomeno
abbastanza recente, ha cercato di imitare quello dei "consigli
per gli acquisti" investendo fior di denaro per spot, slogan,
cortometraggi attraverso il mezzo di diffusione più rapido,
la televisione. A fornire ulteriori elementi per un approfondimento,
la prossima settimana presso l'Università della Tuscia
arriveranno esperti dalla Spagna, dalla Francia, da Londra e da
numerosi atenei italiani, in particolare Firenze. A coordinare
il convegno è il professor Maurizio Ridolfi dell'Istituto
di Scienze umane e delle arti dell'ateneo viterbese. E sarà
lo stesso docente, dopo il saluto delle autorità, a presiedere
la prima tornata dei lavori, in programma a partire dalle 15 di
martedì incentrata sui linguaggi della politica tra storiografia
e scienze sociali. Tra i relatori Fabrice D'almeida dell'ateneo
Parigi X di Nanterre e Stephen Gundle dell'Università di
Londra. Nel corso delle successive sessioni presiedute dai professori
Leonardo Rapone Elio D'Auria e Matteo Sanfilippo, tutti dell'Università
della Tuscia, si discuterà di tribune elettorali; di citazioni,
plagi, camuffamenti nella propaganda figurativa italiana del dopoguerra
e anche del voto al tempo dei notabili liberali, che durante le
campagne elettorali del primo '900 offrivano banchetti, viaggi
e inviavano le famose lettere agli elettori. Metodi che, come
ben si sa, stentano a tramontare e spesso riappaiono come i grandi
manifesti con figure altrettanto gigantesche dei candidati, i
'treni elettorali" e gli post ammiccanti dai megaposter sistemati
agli angoli delle strade. L'Italia, peraltro, nelle invenzioni
ha sempre fatto scuola. Negli anni '70 il "politichese"
trionfò coniando formule di difficile comprensione, tra
cui le "convergenze parallele", famosa formula ancora
oggi dal significato incomprensibile.
IL
MESSAGGERO
MARTEDI
3 APRILE 2001
Politica
e immagine/Le strategie fatali della comunicazione elettorale
Il poster del leader, che seduttore
di
Fulvio Cammarano
Qualcuno
di fronte ai giganteschi manifesti elettorali di Berlusconi e
Rutelli potrebbe essere indotto a pensare che la politica si sia
ormai definitivamente trasformata in una mera questione d'immagine
a scapito delle idee e dei contenuti. Come spesso accade, anche
in questo caso è la nostalgia per un passato idealizzato
come "età d'oro" a offuscarci la vista. Per ovviare
a tale più che umano inconveniente bisogna affidarsi all'indagine
storica e a tale scopo, opportunamente, l'Università degli
studi della Tuscia in collaborazione con l'Università di
Parigi X - Nanterre ha organizzato, su iniziativa di Maurizio
Ridolfi, un convegno internazionale su: "Linguaggi della
politica nel '900. Propaganda e comunicazione di massa nella storia
delle campagne elettorali" (Viterbo 3?5 aprile). La parola
dunque da oggi passa agli specialisti per recuperare il senso
delle proporzioni e mostrare come, in Europa, da quando la politica
è diventata una questione più o meno di massa, cioè
dalla seconda metà dell'800, questa si è rivolta
al cittadino elettore facendo appello non alle sue capacità
razionali ma a quelle dell'istinto. Non era uno scadimento del
livello di consapevolezza politica, come affermavano i pessimisti
e i moralisti dell'epoca, ma il modo più sbrigativo per
agevolare l'ingresso delle masse sulla scena pubblica. Non bisognava
solo ottenere il voto ma, possibilmente, creare uno stabile processo
di identificazione con una parte politica. La dimensione simbolica
e teatrale diventò da allora, ingrediente; essenziale del
discorso politico, anche perché; come scrisse il politologo
Walter Lippmann nel 1922 "I simboli costituiscono per la
base quello che i privilegi sono per le gerarchie intermedie:
mantengono l'unità."
Non è solo un problema di demagogia e di contenuti. I liberali
inglesi di Gladstone si rivolgono ad un pubblico popolare con
letture edificanti che nulla possono, in termini di capacità
attrattiva, di fronte agli spettacoli di animazione i balli e
i tea?parties della conservatrice Primrose League che relegava
astutamente, nelle manifestazioni pubbliche, l'oratore "politico"
ad un ruolo marginale. In America, d'altronde, qualche, decennio
prima i candidati dei due partiti si misuravano in incontri di
boxe e gare di tiro al bersaglio. Da allora, pur nella diversità
delle fasi storiche e delle realtà nazionali, le tecniche
di comunicazione e le tipologie di linguaggi, in perenne evoluzione
e comunque spesso prese a prestito dagli idiomi della società
dei consumi, hanno mantenuto un peso determinante nel sedurre
l'elettore. Oggi, non c'è dubbio, prevale rispetto al passato
l'aspetto "visivo" di tale seduzione. Se sino ai primi
anni del secolo il leader quasi non si poteva vedere né
ascoltare nella ressa degli affollati comizi, mezzo secolo dopo
con la diffusione della televisione incomincia quel "discorso
di facce" che oggi appare giunto al suo culmine. Il trucco
dei visagista, il sorriso, il giovanilismo che tanto ci indignano
e che consideriamo "americanismo" deteriore forse sono
solo aspetti aggiornati di un lungo discorso che, nonostante tutto,
rimane un discorso politico. Dobbiamo infatti convincerti che
la politica è solo in parte ragionamento e "amministrazione"
dell'esistente. Dunque, se si sottovaluta la componente ponente
impulsiva, abitudinaria ed emozionale, si trascura un, aspetto
essenziale del significato ultimo della politica,' la capacità
cioè di far partecipare gli elettori alla costruzione dell'immaginario,
di convincerli che il gioco di prestidigitazione può riuscire
e i pani e i pesci si moltiplicheranno. Tocca poi ai medesimi
elettori stabilire quando è ora di sospendere i sogni e
accomodarsi a tavola.
L'UNITA'
MARTEDI
3 APRILE 2001
Dimenticata
la grande tradizione della comunicazione politica, vincono le
tecniche del marketing. Un convegno a Viterbo.
IL
CONVEGNO
Da oggi al 5 aprile, a Viterbo, si tiene un convegno dal titolo
"Linguaggi della politica nel '900. Propaganda e comunicazione
di massa nella storia delle campagne elettorali. Promosso dal
Centro Studi per la Storia dell'Europa Mediterranea, dalla Facoltà
di Letterature e Lingue straniere moderne dell'Università
della Tuscia, in collaborazione con il Centre d'Histoire politique
et religieuse de l'Europe contemporaine (Università di
Parigi X - Nanterre), il convegno vedrà la partecipazione
di docenti ed esperti italiani e di diversi paesi europei. Tra
i temi affrontati il ruolo dei notabili nella organizzazione del
consenso, l'entrata in scena delle "macchine elettorali",
la personalizzazione delle competizioni elettorali e le influenze
della tecnologia (dall'amplificazione della voce nei comizi alla
radio e alla tv) nel mutamento dei linguaggi della politica.
Manifesti
politici, la fantasia non va al potere
Foto sbiadite, slogan generici e, grafica povera: annoia la "guerra"
di brutti fogli che sporcano i muri
di Renato Pallavicini
"Volevamo
stupirvi con gli effetti speciali e invece ...". E invece
la campagna elettorale, almeno quella che si gioca sui muri e
sui manifesti, di speciale non ha proprio nulla. Qualche effetto
magari lo fa, se non altro stimola parodie e sberleffi. I manifesti
"taroccati" con il faccione di Berlusconi, che circolano
su internet (li ha accolti perfino il sito ufficiale del candidato
premier del Polo) sono la sorpresa più divertente della
lunga corsa elettorale. Un portale internet, per farsi pubblicità,
ha giocato con la grafica contrapposta (ma simile, troppo simile)
dei manifesti di Berlusconi e Rutelli; e una marca di jeans ha
subito sfruttato gli slogan imperativi di Berlusconi. Ma per il
resto...
Il resto, insomma, non c'è o almeno non si vede. Non si
vede una particolare raffinatezza grafica, né si vede un'accurata
ricerca fotografica. Si vedono, invece, vecchie foto ritoccate
(Per nascondere una calvizie progressiva o, peggio, un neanche
troppo velato fotomontaggio che fa comparire Berlusconi tra un
folto gruppo di donne (sembra una tavola del celebre rompicapo
"Dov'è Willy?"): non va meglio dalle parti dell'Ulivo
con sfocate istantanee di Rutelli,scattate in occasioni pubbliche,
che il grande formato non riesce a nobilitare. Si può dare
di più, insomma, e senza andare a scomodare i classici
della grafica politica, a cominciare dal celebre manifesto di
El Lissitsky Con il cuneo rosso colpisci i bianchi!, programmatico
esempio della grafica costruttivista, basterebbe rivedersi Albe
Steiner o, più di recente, Bruno Magno, per oltre un ventennio
grafico "ufficiale" del Pci. E per non restare partigianamente
a sinistra lo splendido lavoro di Michele Spera per le campagne
politiche del Partito repubblicano.
Altri tempi, si dirà, non solo per la diversa temperie
politico?ideologica, ma anche per un legame culturalmente più
stretto con la tradizione delle avanguardie artistiche del 900.
Altri tempi, quelli di oggi, in cui la propaganda si è
fatta comunicazione politica ed è scivolata verso la pubblicità.
Tra i gruppi sorridenti di famigliole, uomini e donne, impiegati
ed operai che affollano i manifesti dei Polo, e le pubblicità
che appaiono sui cataloghi delle vendite per corrispondenza o
sui depliant delle assicurazioni e dei fondi d'investimento non
c'è poi troppa differenza.
Allora, scienza della politica o scienza del marketing? "Il
fatto che la propaganda politica utilizzi le stesse tecniche della
pubblicità commerciale ? spiega Chiara Ottaviano, docente
di Sociologia delle comunicazioni di massa al Politecnico di Torino
?, non è un'invenzione dei nostri giorni. Goebbels nei
suoi diari ammette di aver appreso le lezioni del marketing americano
e di averle applicate nella campagna elettorale che portò
HitIer al potere. Ma anche il democratico Ciacotin ? aggiunge
?, alla fine degli anni Trenta, diede indicazioni per utilizzare
le stesse lezioni per battere il nazifascismo". Stesse tecniche
e stessi scopi: "Nella società di massa ? spiega ancora
Chiara Ottaviano ? partiti e movimenti politici che aspirano al
consenso elettorale condividono molte aspirazioni proprie del
mondo della produzione di beni di largo consumo. Devono far conoscere
le loro idee a una moltitudine dispersa nel territorio; come coloro
che devono far conoscere un prodotto, soprattutto se nuovo; devono
far prevalere l'apprezzamento per le proprie idee sulle idee dei
concorrenti, proprio. come avviene, nel caso di un prodotto, per
chi vuole battere la concorrenza; devono far riconoscere il proprio.
simbolo, soprattutto al momento del voto, analogamente a quanto
succede per la riconoscibilità di un logo e di un marchio
al momento dall'acquisto; aspirano, infine ? conclude la Ottaviano
? a creare rapporti di "appartenenza" e "fiducia"
con gli elettori, quella che il marketing chiama "fidelizzazione".
Resta
il fatto che i manifesti dell'attuale campagna elettorale, nel
complesso, sono brutti (se si escludono quelli realizzati da Folon
per Rutelli, anche se per ora in giro non si vedono). E troppo
simili, nell'impostazione. Faccione del candidato premier Berlusconi
sulla sinistra e slogan sulla destra: foto di Rutelli a sinistra
e slogan relativi a destra Da sinistra a destra prima viene l'uomo
e poi le idee, almeno nel senso della lettura: sarà colpa
del maggioritario? Tra le tinte, sullo sfondo, domina l'azzurro,
colore-simbolo del Polo che usa, di preferenza, titoli in giallo;
azzurro e giallo nei manifesti lodali di An, come azzurro è
la tinta dominante nelle affissioni dei Ccd. Arancio e una spruzzata
di azzurro nei manifesti di Rutelli e nel simbolo dell'Ulivo;
verde e grigio~azzurro in quelli di Veltroni, candidato sindaco
di Roma. E gli slogan? Blando e piuttosto generici, "del
resto devono incarnare valori elementari, prepolitici - precisa
Chiara Ottaviano - :sicurezza, famiglia, occupazione, pace, ecologia".
Scelte
di campo o ,scelte di vita che siano, sui muri, i due schieramenti
scelgono poco. Un po' più di vivacita e magari di cattiveria
(senza insulti, per favore!) non guasterebbe, magari ricorrendo
alla tecnica della pubblicità comparativa che sfotte e
mette in cattiva lucce il prodotto concorrente. Ci toccherà
per caso rimpiangere la grafica "ruspante" e contrapposta
del dopoguerra; in stile Don Camillo e Peppone, fatta di forchettoni,
baffòni di Stalin, barbe di Garibaldi e cavalli dei cosacchi
che si abbeveravano nelle fontane di piazza San Pietro?
Clicca
su:
www.bologna2000.it/la_politica_per_strada/roberto.html
www.rutelli2001.it
www.veltroniroma.it
www.forza-italia.it
L'UNITA'
SABATO
12 MAGGIO 2001
Linguaggi
della politica nella storia delle campagne elettorali
Maurizio
Ridolfi
Indagato
prevalentemente da sociologi e politologi, negli ultimi anni il
tema delle campagne elettorali sta diventando uno dei terreni
dove più forte è il rinnovamento degli studi di
storia della politica. Le trasformazioni delle campagne elettorali
evidenziano più di altri fenomeni gli effetti del passaggio
dalle forme tradizionali della propaganda politica alla moderna
comunicazione di massa. Basti ricordare cosa si contempla quando
si parla di "campagna elettorale": le tecniche di aggregazione
del consenso, il finanziamento, i luoghi degli incontri, i programmi
agli elettori, la retorica, le immagini e i simboli, l'articolazione
della propaganda con strumenti sempre più efficaci. E'
lo scenario che permette di cogliere i mutamenti dei linguaggi
della politica in rapporto alla diffusione dei diversi media della
comunicazione; dai giornali ai manifesti, dalla radio al cinema,
fino all'avvento della televisione. Se su questo tema la storiografia
era rimasta in seconda fila, un convegno internazionale, promosso
a Viterbo negli scorsi giorni del 3-5 aprile su iniziativa del
Centro Studi per la Storia dell'Europa Mediterranea (Facoltà
di Lingue), ha offerto una occasione di confronto tra i percorsi
di ricerca in atto. Attraverso un approccio interdisciplinare
e comparato, nonché collocando il caso dell'Italia unita
nel quadro delle principali realtà europee (Gran Bretagna,
Spagna, Francia e Germania), il convegno ha infatti evidenziato
quali apporti la riflessione storica possa portare alla comprensione
di un fenomeno - la campagna elettorale - che da oltre un secolo
rappresenta l'epicentro della vita politica.
Nell'Italia liberale, in regime di collegio uninominale maggioritario,
la nota dominante era data dal rapporto quasi personale tra l'elettore
e il notabile di turno, anche se già tra i due secoli le
prime embrionali organizzazioni partitiche di democratico-radicali
e socialisti allargarono le forme della lotta elettorale. Fu all'inizio
del Novecento che il termine campagna elettorale entrò
nella pubblicistica e nel lessico politico. Alessandro Schiavi
fu il primo studioso ad occuparsi in modo avvertito dei comportamenti
elettorali e a evidenziare come le campagne, nella complessa correlazione
tra l'abituale "contrasto degli interessi" e le nuove
"passioni politiche", stavano divenendo la "rappresentazione"
più realistica di identità di gruppo e di forme
nuove della propaganda politica. Al proliferare dei manifesti
e dei comizi si aggiunsero anche un primo utilizzo del cinematografo
nella ricerca del consenso e delle automobili come mezzo di trasporto
per i candidati.
I meccanismi elitari e notabilati della mediazione politico-elettorale
furono posti effettivamente in crisi solo all'indomani della Grande
guerra. L'esperienza e l'eredità belliche introdussero
nuovi elementi nello svolgimento delle campagne elettorali. I
linguaggi diventarono più esclusivisti, si caricarono di
aspettative radicali e assunsero accenti religiosi. Il processo
di "nazionalizzazione delle masse" risentì però
delle diverse modalità di entrata nel conflitto dei singoli
paesi. Se nel dopoguerra in Francia fu possibile la riaffermazione
di una comune senso di appartenenza nazionale, in Italia la frattura
tra interventisti e neutralisti si rifletté nella contrapposizione
tra i fautori del primato nazionale e i cosiddetti "nemici
interni", con l'immissione della violenza nella lotta politica
ad opera dei fascisti già nella campagna elettorale del
1921. Tra i contemporanei fu ancora Alessandro Schiavi a evidenziare
i meccanismi psicologici di mobilitazione indotti dal conflitto
bellico e che la generalizzazione del voto maschile enfatizzava.
Ancor più degli anni prebellici la campagna elettorale
risultava il "termometro" della nuova dimensione assunta
dalla partecipazione politica, così come i comizi di massa
nelle piazze avevano ormai sostituito il Parlamento come sede
principale della retorica politica nazionale.
L'avvento di regimi autoritari e dittatoriali, con personalità
carismatiche del tipo di Mussolini in Italia e Hitler in Germania,
comportò la sostituzione di libere elezioni con la pratica
di un rapporto diretto tra masse e leader. La comunicazione politica
era volta alla "costruzione" del consenso grazie al
ruolo svolto da pervasivi apparati istituzionali. In un regime
autoritario quale quello fascista e nel quadro di una religione
politica che nulla lasciava al caso, la pratica dei plebisciti
- nel 1929 e nel 1934 - rappresentò un mezzo essenziale
di inquadramento e di controllo politico-sociale nella via italiana
al totalitarismo. L'oratoria, gli slogans, i giornali, i programmi
radiofonici, i cinegiornali, così come i messaggi veicolati
da fotografie, posters e scenografie pubbliche: si delineava l'incontro
tra le forme tradizionali della propaganda e gli strumenti moderni
della comunicazione di massa.
Nel secondo dopoguerra fu nella competizione tra partiti democratici
di massa impegnati a strutturare il discorso politico che si misurò
il nuovo scenario delle campagne elettorali. Un confronto tra
le campagne elettorali che si svolsero nel giro di due anni, in
occasione degli appuntamenti del 2 giugno 1946 e del 18 aprile
1948, permette di osservare come si andarono definendo i quadri
mentali e politici della nuova Italia. La drammatizzata sanzione
elettorale degli equilibri di potere, incidendo in profondità
nell'inculcare una forte cultura del voto nella gerarchia delle
virtù civiche degli Italiani, induceva a qualificare il
conflitto simbolico nei suoi aspetti più esclusivistici,
al fine di svalutare e marginalizzare i simboli dell'altra parte.
Quelle campagne elettorali, grazie all'entrata delle donne nell'arena
elettorale e all'eco maggiore che ad essa davano i mezzi di comunicazione
già introdotti negli anni del regime, dimostrarono di essere
uno specchio capace di riflettere le passioni e le paure degli
Italiani. Erano insomma in gioco la definizione dello spazio politico
e il rapporto delle culture partitiche con l'identità nazionale,
dimostratisi fattori genetici discussi e oggetto di persistenti
conflitti simbolici nella storia della Repubblica.
La comunicazione politica mutò ancora il proprio segno
con la nascita della televisione pubblica nel 1954 e soprattutto
con l'avvio delle tribune elettorali all'inizio degli anni sessanta.
Con la programmazione della tribune televisive la competizione
si "spettacolarizzava". La televisione richiedeva infatti
ai leaders una immediatezza di linguaggio, vivacità nelle
argomentazioni e senso della battuta. Non tutti i leaders sapranno
avvalersene al meglio; un "campione" della nuova comunicazione
politica si dimostrò soprattutto il comunista Giancarlo
Pajetta. Il connubio fra propaganda e stile pubblicitario divenne
sempre più stretto, contrassegnando le tappe salienti del
nuovo scenario mediatico che si andò definendo tra gli
anni '70 e '80, attraverso la riforma radiotelevisiva, la nascita
delle radio e delle televisioni private. Solo in anni più
recenti però alle tradizionali modalità della propaganda
si sarebbero affiancate prima e poi diffusamente sostituiti gli
imperativi della comunicazione di massa. Sono i temi delle attuali
sfide elettorali e politiche.