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Rassegna Stampa
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Linguaggi della politica nel '900
Propaganda e comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali

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CORRIERE DI VITERBO
VENERDI
31 MARZO 2001

Alla facoltà di Lingue
Convegno sui linguaggi politici del 900

VITERBO - E' in programma nella nostra città una tre giorni sui Linguaggi della Politica del Novecento.
Dal 3 al 5 aprile si svolgerà un convegno internazionale di studi organizzato dal Centro studi per la storia dell'Europa Mediterranea, facente capo alla facoltà di lingue e letterature straniere moderne dell'università della Tuscia.
Il centro studi, che ha sede proprio nella facoltà umanistica ha stabilito che il crescente interesse culturale e scientifico per i linguaggi della politica andava sottoposto all'attenzione dei cittadini.
Ecco perché in questa tre giorni si tenterà un ardito paragone tra le campagne elettorali di Rutelli e di Berlusconi e quelle del passato. Il titolo del convegno è: "Linguaggi della politica nel 900. Propaganda e comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali".
Nel corso dei lavori si effettueranno delle ricognizioni sulle valenze dei diversi media impegnati nelle propagande elettorali, oltre a confrontare il sistema mediatico italiano con quelli degli altri paesi europei.
Naturalmente si parlerà anche della cosiddetta "leaderizzazione" della politica, vale a dire quella tendenza a stemperare le diversità di una forza politica nella figura del suo uomo di punta.

 

IL MESSAGGERO
LUNEDI
2 APRILE 2001

Le campane elettorali nella storia: se ne parla all'Università

Un tema quanto mai attuale quello dei convegno che si svolgerà da martedì a giovedì prossimi nell'aula magna del Rettorato in via San Giovanni Decollato a Viterbo. "Linguaggi della politica nel '900: propaganda e ' comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali", un'iniziativa promossa dal Centro studi per la storia dell'Europa mediterranea ? Facoltà di Letterature e lingue straniere moderne dell'Università della Tuscia.

Numerosi e articolati gli interventi che parleranno del modo di fare le campagne elettorali negli ultimi cento anni Quattro gli argomenti trattati in modo specifico: I linguaggi della politica, Le campagne elettorali in Europa, Le campagne elettorali nella storia d'Italia, Dalla propaganda alla comunicazione di massa. Interverranno docenti universitari italiani e stranieri ed esperti dei settore.

 

IL TEMPO - VITERBO
MARTEDI
3 APRILE 2001

E' IL TEMA, QUANTO MAI ATTUALE, DEL CONVEGNO CHE SI APRE ALL'UNIVERSITA'

Storia del linguaggio nelle Campagne elettorali

Niente è più attuale, del convegno che si apre oggi alla facoltà di Lingue dell'università della Tuscia. Mentre la campagna elettorale "vera" è ormai in pieno svolgimento, all'ateneo si parla di "Propaganda e comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali". Per discuterne, nei tre giorni previsti dal calendario della manifestazione vengono a Viterbo studiosi di comunicazione provenienti da università italiane e straniere.

Da oggi pomeriggio a giovedì ci si interrogherà su come e quanto è cambiato il modo di fare propaganda elettorale negli ultimi cento anni. E si farà riferimento alle tecniche di linguaggio utilizzate per catturare il consenso dei cittadini - elettori. "Corrispondendo ad un crescente interesse culturale è scientifico, oltre che alle continue sollecitazioni provenienti da. giornali e televisione, il centro studi per la storia dell'Europa mediterranea della facoltà di Lingue, in collaborazione con il Centre d'histoire politique et religieuse dell'Europe contemporaine dell'università di Parigi X Nanterre, organizza un convegno che, attraverso un approccio comparativo interdisciplinare, lungo la cronologia compresa tra gli inizi del novecento e i primi decenni del secondo dopoguerra, il tema viene preso in esame con riguardo al contesto europeo e quindi ad un'analisi ravvicinata del caso italiano" spiegano il coordinatore scientifico del convegno, Maurizio Ridolfi e Anna Caprarelli, della segreteria organizzativa.
Tra i temi esaminati, quelli sui quali gli studiosi tornano ad interrogarsi in modo nuovo: il ruolo dei notabili nelle organizzazioni del consenso, l'entrata in scena delle "macchine elettorali" legate ai grandi partiti politici, il processo di massificazione della lotta politica nel primo, e sopratutto nel secondo dopoguerra, la personalizzazione e la spettacolarizzazione delle campagne elettorali . Ultimo argomento le influenze della tecnologia nel mutamento dei linguaggi della politica, sia nello sviluppo dell'informazione, sia nell'utilizzo dei moderni mezzi audio visivi.

 

CORRIERE DI VITERBO
MARTEDI

03 APRILE 2001


Inizia oggi un originale convegno
Il linguaggio della politica: se ne discute all'Università

di Giuseppe Rescifina

VITERBO - Quale linguaggio usano i politici e cosa è cambiato in Italia e in Europa nel modo di fare politica nel XX secolo? A questo quesito intende dare una risposta il convegno internazionale di studi sul tema Linguaggi della politica del '900. Propaganda e comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali" in programma nell'aula magna Bonaventura Tecchi della facoltà di Lingue e letterature straniere moderne dell'Università della Tuscia da martedi 3 a giovedi 5 aprile. Siamo in piena campagna elettorale e già da tempo monta la polemica attorno ai sistemi di propaganda, il convegno, pur non toccando la realtà politica attuale, intende ricostruire una storia del linguaggio usato dai politici nel Novecento. Un sistema che ha sempre più cercato, di entrare in contatto con un maggior numero di utenti, spesso senza riuscirvi e negli ultimi tempi provocando addirittura con un certo rigetto. Comunque il linguaggio della politica ha cercato di creare un certo interesse e, questo è un fenomeno abbastanza recente, ha cercato di imitare quello dei "consigli per gli acquisti" investendo fior di denaro per spot, slogan, cortometraggi attraverso il mezzo di diffusione più rapido, la televisione. A fornire ulteriori elementi per un approfondimento, la prossima settimana presso l'Università della Tuscia arriveranno esperti dalla Spagna, dalla Francia, da Londra e da numerosi atenei italiani, in particolare Firenze. A coordinare il convegno è il professor Maurizio Ridolfi dell'Istituto di Scienze umane e delle arti dell'ateneo viterbese. E sarà lo stesso docente, dopo il saluto delle autorità, a presiedere la prima tornata dei lavori, in programma a partire dalle 15 di martedì incentrata sui linguaggi della politica tra storiografia e scienze sociali. Tra i relatori Fabrice D'almeida dell'ateneo Parigi X di Nanterre e Stephen Gundle dell'Università di Londra. Nel corso delle successive sessioni presiedute dai professori Leonardo Rapone Elio D'Auria e Matteo Sanfilippo, tutti dell'Università della Tuscia, si discuterà di tribune elettorali; di citazioni, plagi, camuffamenti nella propaganda figurativa italiana del dopoguerra e anche del voto al tempo dei notabili liberali, che durante le campagne elettorali del primo '900 offrivano banchetti, viaggi e inviavano le famose lettere agli elettori. Metodi che, come ben si sa, stentano a tramontare e spesso riappaiono come i grandi manifesti con figure altrettanto gigantesche dei candidati, i 'treni elettorali" e gli post ammiccanti dai megaposter sistemati agli angoli delle strade. L'Italia, peraltro, nelle invenzioni ha sempre fatto scuola. Negli anni '70 il "politichese" trionfò coniando formule di difficile comprensione, tra cui le "convergenze parallele", famosa formula ancora oggi dal significato incomprensibile.

 

IL MESSAGGERO
MARTEDI
3 APRILE 2001

Politica e immagine/Le strategie fatali della comunicazione elettorale
Il poster del leader, che seduttore

di Fulvio Cammarano

Qualcuno di fronte ai giganteschi manifesti elettorali di Berlusconi e Rutelli potrebbe essere indotto a pensare che la politica si sia ormai definitivamente trasformata in una mera questione d'immagine a scapito delle idee e dei contenuti. Come spesso accade, anche in questo caso è la nostalgia per un passato idealizzato come "età d'oro" a offuscarci la vista. Per ovviare a tale più che umano inconveniente bisogna affidarsi all'indagine storica e a tale scopo, opportunamente, l'Università degli studi della Tuscia in collaborazione con l'Università di Parigi X - Nanterre ha organizzato, su iniziativa di Maurizio Ridolfi, un convegno internazionale su: "Linguaggi della politica nel '900. Propaganda e comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali" (Viterbo 3?5 aprile). La parola dunque da oggi passa agli specialisti per recuperare il senso delle proporzioni e mostrare come, in Europa, da quando la politica è diventata una questione più o meno di massa, cioè dalla seconda metà dell'800, questa si è rivolta al cittadino elettore facendo appello non alle sue capacità razionali ma a quelle dell'istinto. Non era uno scadimento del livello di consapevolezza politica, come affermavano i pessimisti e i moralisti dell'epoca, ma il modo più sbrigativo per agevolare l'ingresso delle masse sulla scena pubblica. Non bisognava solo ottenere il voto ma, possibilmente, creare uno stabile processo di identificazione con una parte politica. La dimensione simbolica e teatrale diventò da allora, ingrediente; essenziale del discorso politico, anche perché; come scrisse il politologo Walter Lippmann nel 1922 "I simboli costituiscono per la base quello che i privilegi sono per le gerarchie intermedie: mantengono l'unità."
Non è solo un problema di demagogia e di contenuti. I liberali inglesi di Gladstone si rivolgono ad un pubblico popolare con letture edificanti che nulla possono, in termini di capacità attrattiva, di fronte agli spettacoli di animazione i balli e i tea?parties della conservatrice Primrose League che relegava astutamente, nelle manifestazioni pubbliche, l'oratore "politico" ad un ruolo marginale. In America, d'altronde, qualche, decennio prima i candidati dei due partiti si misuravano in incontri di boxe e gare di tiro al bersaglio. Da allora, pur nella diversità delle fasi storiche e delle realtà nazionali, le tecniche di comunicazione e le tipologie di linguaggi, in perenne evoluzione e comunque spesso prese a prestito dagli idiomi della società dei consumi, hanno mantenuto un peso determinante nel sedurre l'elettore. Oggi, non c'è dubbio, prevale rispetto al passato l'aspetto "visivo" di tale seduzione. Se sino ai primi anni del secolo il leader quasi non si poteva vedere né ascoltare nella ressa degli affollati comizi, mezzo secolo dopo con la diffusione della televisione incomincia quel "discorso di facce" che oggi appare giunto al suo culmine. Il trucco dei visagista, il sorriso, il giovanilismo che tanto ci indignano e che consideriamo "americanismo" deteriore forse sono solo aspetti aggiornati di un lungo discorso che, nonostante tutto, rimane un discorso politico. Dobbiamo infatti convincerti che la politica è solo in parte ragionamento e "amministrazione" dell'esistente. Dunque, se si sottovaluta la componente ponente impulsiva, abitudinaria ed emozionale, si trascura un, aspetto essenziale del significato ultimo della politica,' la capacità cioè di far partecipare gli elettori alla costruzione dell'immaginario, di convincerli che il gioco di prestidigitazione può riuscire e i pani e i pesci si moltiplicheranno. Tocca poi ai medesimi elettori stabilire quando è ora di sospendere i sogni e accomodarsi a tavola.

L'UNITA'
MARTEDI
3 APRILE 2001

Dimenticata la grande tradizione della comunicazione politica, vincono le tecniche del marketing. Un convegno a Viterbo.

IL CONVEGNO
Da oggi al 5 aprile, a Viterbo, si tiene un convegno dal titolo "Linguaggi della politica nel '900. Propaganda e comunicazione di massa nella storia delle campagne elettorali. Promosso dal Centro Studi per la Storia dell'Europa Mediterranea, dalla Facoltà di Letterature e Lingue straniere moderne dell'Università della Tuscia, in collaborazione con il Centre d'Histoire politique et religieuse de l'Europe contemporaine (Università di Parigi X - Nanterre), il convegno vedrà la partecipazione di docenti ed esperti italiani e di diversi paesi europei. Tra i temi affrontati il ruolo dei notabili nella organizzazione del consenso, l'entrata in scena delle "macchine elettorali", la personalizzazione delle competizioni elettorali e le influenze della tecnologia (dall'amplificazione della voce nei comizi alla radio e alla tv) nel mutamento dei linguaggi della politica.

Manifesti politici, la fantasia non va al potere
Foto sbiadite, slogan generici e, grafica povera: annoia la "guerra" di brutti fogli che sporcano i muri

di Renato Pallavicini

"Volevamo stupirvi con gli effetti speciali e invece ...". E invece la campagna elettorale, almeno quella che si gioca sui muri e sui manifesti, di speciale non ha proprio nulla. Qualche effetto magari lo fa, se non altro stimola parodie e sberleffi. I manifesti "taroccati" con il faccione di Berlusconi, che circolano su internet (li ha accolti perfino il sito ufficiale del candidato premier del Polo) sono la sorpresa più divertente della lunga corsa elettorale. Un portale internet, per farsi pubblicità, ha giocato con la grafica contrapposta (ma simile, troppo simile) dei manifesti di Berlusconi e Rutelli; e una marca di jeans ha subito sfruttato gli slogan imperativi di Berlusconi. Ma per il resto...
Il resto, insomma, non c'è o almeno non si vede. Non si vede una particolare raffinatezza grafica, né si vede un'accurata ricerca fotografica. Si vedono, invece, vecchie foto ritoccate (Per nascondere una calvizie progressiva o, peggio, un neanche troppo velato fotomontaggio che fa comparire Berlusconi tra un folto gruppo di donne (sembra una tavola del celebre rompicapo "Dov'è Willy?"): non va meglio dalle parti dell'Ulivo con sfocate istantanee di Rutelli,scattate in occasioni pubbliche, che il grande formato non riesce a nobilitare. Si può dare di più, insomma, e senza andare a scomodare i classici della grafica politica, a cominciare dal celebre manifesto di El Lissitsky Con il cuneo rosso colpisci i bianchi!, programmatico esempio della grafica costruttivista, basterebbe rivedersi Albe Steiner o, più di recente, Bruno Magno, per oltre un ventennio grafico "ufficiale" del Pci. E per non restare partigianamente a sinistra lo splendido lavoro di Michele Spera per le campagne politiche del Partito repubblicano.
Altri tempi, si dirà, non solo per la diversa temperie politico?ideologica, ma anche per un legame culturalmente più stretto con la tradizione delle avanguardie artistiche del 900. Altri tempi, quelli di oggi, in cui la propaganda si è fatta comunicazione politica ed è scivolata verso la pubblicità. Tra i gruppi sorridenti di famigliole, uomini e donne, impiegati ed operai che affollano i manifesti dei Polo, e le pubblicità che appaiono sui cataloghi delle vendite per corrispondenza o sui depliant delle assicurazioni e dei fondi d'investimento non c'è poi troppa differenza.
Allora, scienza della politica o scienza del marketing? "Il fatto che la propaganda politica utilizzi le stesse tecniche della pubblicità commerciale ? spiega Chiara Ottaviano, docente di Sociologia delle comunicazioni di massa al Politecnico di Torino ?, non è un'invenzione dei nostri giorni. Goebbels nei suoi diari ammette di aver appreso le lezioni del marketing americano e di averle applicate nella campagna elettorale che portò HitIer al potere. Ma anche il democratico Ciacotin ? aggiunge ?, alla fine degli anni Trenta, diede indicazioni per utilizzare le stesse lezioni per battere il nazifascismo". Stesse tecniche e stessi scopi: "Nella società di massa ? spiega ancora Chiara Ottaviano ? partiti e movimenti politici che aspirano al consenso elettorale condividono molte aspirazioni proprie del mondo della produzione di beni di largo consumo. Devono far conoscere le loro idee a una moltitudine dispersa nel territorio; come coloro che devono far conoscere un prodotto, soprattutto se nuovo; devono far prevalere l'apprezzamento per le proprie idee sulle idee dei concorrenti, proprio. come avviene, nel caso di un prodotto, per chi vuole battere la concorrenza; devono far riconoscere il proprio. simbolo, soprattutto al momento del voto, analogamente a quanto succede per la riconoscibilità di un logo e di un marchio al momento dall'acquisto; aspirano, infine ? conclude la Ottaviano ? a creare rapporti di "appartenenza" e "fiducia" con gli elettori, quella che il marketing chiama "fidelizzazione".

Resta il fatto che i manifesti dell'attuale campagna elettorale, nel complesso, sono brutti (se si escludono quelli realizzati da Folon per Rutelli, anche se per ora in giro non si vedono). E troppo simili, nell'impostazione. Faccione del candidato premier Berlusconi sulla sinistra e slogan sulla destra: foto di Rutelli a sinistra e slogan relativi a destra Da sinistra a destra prima viene l'uomo e poi le idee, almeno nel senso della lettura: sarà colpa del maggioritario? Tra le tinte, sullo sfondo, domina l'azzurro, colore-simbolo del Polo che usa, di preferenza, titoli in giallo; azzurro e giallo nei manifesti lodali di An, come azzurro è la tinta dominante nelle affissioni dei Ccd. Arancio e una spruzzata di azzurro nei manifesti di Rutelli e nel simbolo dell'Ulivo; verde e grigio~azzurro in quelli di Veltroni, candidato sindaco di Roma. E gli slogan? Blando e piuttosto generici, "del resto devono incarnare valori elementari, prepolitici - precisa Chiara Ottaviano - :sicurezza, famiglia, occupazione, pace, ecologia".

Scelte di campo o ,scelte di vita che siano, sui muri, i due schieramenti scelgono poco. Un po' più di vivacita e magari di cattiveria (senza insulti, per favore!) non guasterebbe, magari ricorrendo alla tecnica della pubblicità comparativa che sfotte e mette in cattiva lucce il prodotto concorrente. Ci toccherà per caso rimpiangere la grafica "ruspante" e contrapposta del dopoguerra; in stile Don Camillo e Peppone, fatta di forchettoni, baffòni di Stalin, barbe di Garibaldi e cavalli dei cosacchi che si abbeveravano nelle fontane di piazza San Pietro?

Clicca su:

www.bologna2000.it/la_politica_per_strada/roberto.html
www.rutelli2001.it
www.veltroniroma.it
www.forza-italia.it

 

L'UNITA'
SABATO
12 MAGGIO 2001

Linguaggi della politica nella storia delle campagne elettorali

Maurizio Ridolfi

Indagato prevalentemente da sociologi e politologi, negli ultimi anni il tema delle campagne elettorali sta diventando uno dei terreni dove più forte è il rinnovamento degli studi di storia della politica. Le trasformazioni delle campagne elettorali evidenziano più di altri fenomeni gli effetti del passaggio dalle forme tradizionali della propaganda politica alla moderna comunicazione di massa. Basti ricordare cosa si contempla quando si parla di "campagna elettorale": le tecniche di aggregazione del consenso, il finanziamento, i luoghi degli incontri, i programmi agli elettori, la retorica, le immagini e i simboli, l'articolazione della propaganda con strumenti sempre più efficaci. E' lo scenario che permette di cogliere i mutamenti dei linguaggi della politica in rapporto alla diffusione dei diversi media della comunicazione; dai giornali ai manifesti, dalla radio al cinema, fino all'avvento della televisione. Se su questo tema la storiografia era rimasta in seconda fila, un convegno internazionale, promosso a Viterbo negli scorsi giorni del 3-5 aprile su iniziativa del Centro Studi per la Storia dell'Europa Mediterranea (Facoltà di Lingue), ha offerto una occasione di confronto tra i percorsi di ricerca in atto. Attraverso un approccio interdisciplinare e comparato, nonché collocando il caso dell'Italia unita nel quadro delle principali realtà europee (Gran Bretagna, Spagna, Francia e Germania), il convegno ha infatti evidenziato quali apporti la riflessione storica possa portare alla comprensione di un fenomeno - la campagna elettorale - che da oltre un secolo rappresenta l'epicentro della vita politica.
Nell'Italia liberale, in regime di collegio uninominale maggioritario, la nota dominante era data dal rapporto quasi personale tra l'elettore e il notabile di turno, anche se già tra i due secoli le prime embrionali organizzazioni partitiche di democratico-radicali e socialisti allargarono le forme della lotta elettorale. Fu all'inizio del Novecento che il termine campagna elettorale entrò nella pubblicistica e nel lessico politico. Alessandro Schiavi fu il primo studioso ad occuparsi in modo avvertito dei comportamenti elettorali e a evidenziare come le campagne, nella complessa correlazione tra l'abituale "contrasto degli interessi" e le nuove "passioni politiche", stavano divenendo la "rappresentazione" più realistica di identità di gruppo e di forme nuove della propaganda politica. Al proliferare dei manifesti e dei comizi si aggiunsero anche un primo utilizzo del cinematografo nella ricerca del consenso e delle automobili come mezzo di trasporto per i candidati.
I meccanismi elitari e notabilati della mediazione politico-elettorale furono posti effettivamente in crisi solo all'indomani della Grande guerra. L'esperienza e l'eredità belliche introdussero nuovi elementi nello svolgimento delle campagne elettorali. I linguaggi diventarono più esclusivisti, si caricarono di aspettative radicali e assunsero accenti religiosi. Il processo di "nazionalizzazione delle masse" risentì però delle diverse modalità di entrata nel conflitto dei singoli paesi. Se nel dopoguerra in Francia fu possibile la riaffermazione di una comune senso di appartenenza nazionale, in Italia la frattura tra interventisti e neutralisti si rifletté nella contrapposizione tra i fautori del primato nazionale e i cosiddetti "nemici interni", con l'immissione della violenza nella lotta politica ad opera dei fascisti già nella campagna elettorale del 1921. Tra i contemporanei fu ancora Alessandro Schiavi a evidenziare i meccanismi psicologici di mobilitazione indotti dal conflitto bellico e che la generalizzazione del voto maschile enfatizzava. Ancor più degli anni prebellici la campagna elettorale risultava il "termometro" della nuova dimensione assunta dalla partecipazione politica, così come i comizi di massa nelle piazze avevano ormai sostituito il Parlamento come sede principale della retorica politica nazionale.
L'avvento di regimi autoritari e dittatoriali, con personalità carismatiche del tipo di Mussolini in Italia e Hitler in Germania, comportò la sostituzione di libere elezioni con la pratica di un rapporto diretto tra masse e leader. La comunicazione politica era volta alla "costruzione" del consenso grazie al ruolo svolto da pervasivi apparati istituzionali. In un regime autoritario quale quello fascista e nel quadro di una religione politica che nulla lasciava al caso, la pratica dei plebisciti - nel 1929 e nel 1934 - rappresentò un mezzo essenziale di inquadramento e di controllo politico-sociale nella via italiana al totalitarismo. L'oratoria, gli slogans, i giornali, i programmi radiofonici, i cinegiornali, così come i messaggi veicolati da fotografie, posters e scenografie pubbliche: si delineava l'incontro tra le forme tradizionali della propaganda e gli strumenti moderni della comunicazione di massa.
Nel secondo dopoguerra fu nella competizione tra partiti democratici di massa impegnati a strutturare il discorso politico che si misurò il nuovo scenario delle campagne elettorali. Un confronto tra le campagne elettorali che si svolsero nel giro di due anni, in occasione degli appuntamenti del 2 giugno 1946 e del 18 aprile 1948, permette di osservare come si andarono definendo i quadri mentali e politici della nuova Italia. La drammatizzata sanzione elettorale degli equilibri di potere, incidendo in profondità nell'inculcare una forte cultura del voto nella gerarchia delle virtù civiche degli Italiani, induceva a qualificare il conflitto simbolico nei suoi aspetti più esclusivistici, al fine di svalutare e marginalizzare i simboli dell'altra parte. Quelle campagne elettorali, grazie all'entrata delle donne nell'arena elettorale e all'eco maggiore che ad essa davano i mezzi di comunicazione già introdotti negli anni del regime, dimostrarono di essere uno specchio capace di riflettere le passioni e le paure degli Italiani. Erano insomma in gioco la definizione dello spazio politico e il rapporto delle culture partitiche con l'identità nazionale, dimostratisi fattori genetici discussi e oggetto di persistenti conflitti simbolici nella storia della Repubblica.
La comunicazione politica mutò ancora il proprio segno con la nascita della televisione pubblica nel 1954 e soprattutto con l'avvio delle tribune elettorali all'inizio degli anni sessanta. Con la programmazione della tribune televisive la competizione si "spettacolarizzava". La televisione richiedeva infatti ai leaders una immediatezza di linguaggio, vivacità nelle argomentazioni e senso della battuta. Non tutti i leaders sapranno avvalersene al meglio; un "campione" della nuova comunicazione politica si dimostrò soprattutto il comunista Giancarlo Pajetta. Il connubio fra propaganda e stile pubblicitario divenne sempre più stretto, contrassegnando le tappe salienti del nuovo scenario mediatico che si andò definendo tra gli anni '70 e '80, attraverso la riforma radiotelevisiva, la nascita delle radio e delle televisioni private. Solo in anni più recenti però alle tradizionali modalità della propaganda si sarebbero affiancate prima e poi diffusamente sostituiti gli imperativi della comunicazione di massa. Sono i temi delle attuali sfide elettorali e politiche.


 

 

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Cattedra di Storia contemporanea
Prof. Maurizio Ridolfi
tel. 0761-357099
mridolfi@unitus.it

 

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Anna Caprarelli
tel: 0328-8130577
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