I
Documenti
Linguaggi della politica nel '900.
Propaganda e comunicazione di massa
nella storia delle campagne elettorali
(Viterbo,
convegno internazionale di studi, 3-5 aprile 2001)
Le
trasformazione dei linguaggi politici nell'Europa del '900
Fabrice
d'Almeida (Parigi X-Nanterre)
"No,
No, No, no, no...". Era nel 1974 per la campagna elettorale
in occasione del referendum sulla legge che aveva introdotto il
divorzio. Il Partito comunista aveva prodotto degli spot nei quali
un attore diceva un "no" categorico. Alla fine una canzone
spiegava di votare no al referendum. Per la Democrazia Cristiana,
nel guidare la campagna, in uno dei comizi elettorali Amintore
Fanfani aveva iniziato leggendo la lettera di una signora che
si lamentava perché suo marito l'aveva lasciata ed era
morto tre mesi dopo per colpa "di questo maledetto divorzio".
Il comizio era stato trasmesso alla televisione e riprodotto nel
film "Forza Italia" (1977), poi visionato anche da Papa
Paolo VI. Per chi vuole studiare i linguaggi politici, questi
documenti sono una vera sfida. Il primo pare semplice ma produce
tanti effetti, grazie all'intelligenza del regista e al gioco
dell'attore. La lingua è povera ma il processo di comunicazione
risulta molto complesso. Lo stesso vale per l'intervento di Fanfani,
un discorso di propaganda divenuto testo per un programma televisivo.
Il linguaggio politico non è soltanto un problema di testi.
Per studiarlo lo storico deve tener conto di elementi vari che
condizionano la produzione di un "senso". La storiografia
evidenzia le difficoltà di metodo.
Gli
studi
Il
linguaggio politico, in quanto tale, è stato poco studiato
dagli storici. La nozione centrale, usata dagli anni '60 in poi,
è stata quella di "discorso". Un tale concetto
consentiva di fare analisi dei discorsi politici ufficiali, perlopiù
in relazione al funzionamento delle istituzioni. E' stato forse
un filosofo come Michel Foucault a promuovere la diffusione del
paradigma secondo il quale tutta l'attività istituzionale
poteva essere vista come un discorso, cioè come una produzione
di senso destinata a fondare un dominio o un consenso. Alla scuola
dei filosofi Francoforte si ispiravano d'altronde diversi studiosi
della storiografia di sinistra.
Quasi nello stesso periodo emergevano gli studi storici legati
al cosiddetto "lingistic turn". Alcuni storici hanno
cominciato da allora a guardare ai problemi dei linguaggi della
politica come a fenomeni centrali.ebbene la nozione di lingua
fosse usata soprattutto per criticare certi usi delle fonti d'archivi
e il metodo di studio dei documenti, è intanto nata l'idea
di un trattamento quantitativo dei documenti storici e dei testi
di letteratura. Per esempio, fu nel 1969 che Antoine Prost produsse
il suo studio sulle "proclamations électorales"
nella Francia di fine 800. Non solo. Anche uno studioso di una
anteriore tradizione storiografica, come Jean Touchard, iniziava
ad usare queste tecniche per interrogare i testi del gollismo
e più empiricamente della sinistra francese.
La critica mossa ai testi classici ha aperto la via a nuovi studi
nei quali il linguaggio non alludeva solo alla parola, ma includeva
anche i simboli e i riti. Nel 1973, George Mosse seguiva questo
approccio nel suo studio sul nazionalismo in Germania. Nel 1979
era quindi Maurice Aguhlon a sostanziare le sue ricerche sull'imagerie,
mentre poco dopo Eric Hobsbawm curava con Terence Ranger il libro
sull'Invenzione della tradizione. Ormai si riteneva che lo studio
del linguaggio politico dovesse avere per obiettivo la comprensione
di come le masse fossero entrate nella politica. Bruno Tobia e
altri (tra cui Emilio Gentile per il fascismo e Alberto Banti
per il Risorgimento) hanno alimentato questo filone di studi anche
in Italia.
E' però solo negli anni '90 che si è avuto un ulteriore
allargamento nell'approccio allo studio della questione del linguaggio
politico. Esso è da vedere in relazione con l'emergenza
in Europa del potere della televisione. Il linguaggio politico
è sempre più ritenuto come il prodotto di una tecnica
e non soltanto di un discorso o della rappresentazione di simboli.
La storia del senso in politica sembra essere collegata in modo
privilegiato con quella dei media. Lo storico che vuole studiare
i linguaggi politici nel 900' deve oggi partire dei media, forse
perché come diceva Marshall Mac Luan "Medium is message".
Occorre però fare i conti con l'idea che i modi di parlare
e di essere sono anche una forma di medium che costruiscono il
senso e il rumore di sottofondo di un'epoca. Vengono alla ribalta
della storia anche gli uomini e le "macchine politiche",
che meglio di altri sono in grado di usare i moderni linguaggi
della politica.
Un
percorso tematico
Partendo
di una metastoria del senso si può dire che il Novecento
è stato quello della parola trasformata in linguaggio.
Tutto doveva permettere alle parole di incontrare le masse. Poi
è venuto il tempo delle immagini fisse, le quali sono state
un modello di cultura politica anche per i leaders che utilizzavano
la radio per affascinare le folle. Le immagine mobili, finalmente,
con la televisione, hanno prospettato uno nuovo schema. La storia
in successione dei media è uno dei migliori modi per comprendere
il rapporto tra produzione di senso, elite politiche e masse.
Discorsi, manifesti, radio, cinema, televisione furono degli strumenti
- non neutrali - che hanno imposto anche una certa drammatizzazione
delle pratiche politiche.
Non irrilevante fu comunque la questione dei modi di parlare e
dunque d'essere da parte di leaders e personaggi della vita pubblica.
Si confrontarono modelli classici, più o meno riferiti
al passato, e forme moderne dei rituali politici. Il linguaggio
politico diviene allora il luogo di un conflitto tra conservatori
e riformatori. Il progetto fascista di modificare la lingua italiana
rivela il desiderio di imporre un diverso modo di parlare rispetto
alle vecchie abitudini: ma come si poteva abbandonare il "Lei"
quando i contadini vivevano largamente in uno stato di soggezione
rispetto ai proprietari? La riforma dell'ortografia in Francia,
tanto discussa e mai compiuta, dimostra anche che la lingua non
è sottomessa solo al linguaggio politico. L'unico potere
dell'uomo politico risiede nella capacità di produrre proseliti,
seguaci e imitatori, ma per fare questo questo deve adattarsi
ai codici di comunicazione della lingua popolare. Parlare col
popolo suppone parlare come il popolo. In tal modo la storia del
linguaggio suppone quello della storia delle società. Perché
la "politica per tutti", nell'era delle masse, ha creato
vari sistemi di "senso collettivo" che sono divenuti
luoghi di una memoria e di consenso. Questi ultimi ricordano e
fotografo un'epoca. La storia dei linguaggi politici incrocia
finalmente le preoccupazione attuali sulla trasformazione delle
identità politiche e sull'influenza dei diversi modelli
storici nazionali.
C'è quello Americano, da sempre ritenuto il più
potente e persuasivo. Ha saputo rendersi esportabile meglio di
tutti gli altri nel mondo. C'era anche quello Sovietico. Quello
nazista è morto ancor prima di quello comunista. Nell'Italia
repubblicana si ritiene spesso che la forza della Democrazia cristiana
sia stata quella di utilizzare meglio di tutti gli altri partiti
il linguaggio comune del "buon senso". Nella Francia
del secondo dopoguerra il modello Gollista ha giocato un suo ruolo
importante. La cronologia è però differente e occorre
valutarne le implicazioni.. Non sarà inutile, infine, allestire
una sorta di mappa dei linguaggi politici che sono ancora parlati
oggi, fino a Internet e dintorni.