RIGENERAZIONE DELLA NAZIONE E RITUALI COMUNITARI:
LA GRANDE GUERRA NEL CONTESTO EUROPEO

di Angelo Ventrone (Un. Macerata)

- Sintesi della relazione -

Nell’intervento sarà presa in esame la «cultura politica» che sottostava - nell’Italia del 1914-1918 - alle pratiche dei rituali comunitari volti a enfatizzare l’unione della nazione e il suo rinnovamento attraverso la guerra.
A partire dall’ultimo decennio dell’800 ebbe luogo una svolta radicale nella cultura dei paesi più sviluppati del continente: si diffuse allora un’atmosfera che spesso venne paragonata a quella che aveva accompagnato la «caduta dell’Impero romano». E la ragione fondamentale della decadenza fu identificata nell’affermazione di una modernità distruttiva, meccanica, atomizzante, in grado di vanificare ogni legame sociale e quindi di mettere a rischio la sopravvivenza stessa della società umana.
La ricerca di una nuova disciplina morale e di un diverso assetto sociale per proteggere l’umanità da se stessa, per fermarla in tempo sulla strada verso il baratro, e nello stesso tempo per ridare senso alla propria vita, divennero temi sempre più dibattuti. Sembrava quanto mai urgente, di fronte a questo stato di cose, impegnarsi a progettare e costruire un nuovo e diverso modello di modernità.
Questo era il contesto in cui anche in Italia molti si convinsero che solo la lotta, la guerra, avrebbero potuto rivelare chi, individuo o popolo, aveva in sé ancora sufficienti energie virili, sufficiente autocontrollo e capacità d’azione per poter aspirare a provocare e successivamente a guidare la rigenerazione collettiva. La guerra cominciò così a sembrare a settori politici minoritari, ma agguerriti, la scorciatoia più adeguata per unire il paese in un unico slancio rinnovatore, per fargli bruciare le tappe e recuperare il ritardo accumulato, per far emergere una nuova classe politica all’altezza delle sfide che il rapido sviluppo del paese poneva. La guerra, e la violenza, sembrarono quindi gli strumenti a cui era necessario ricorrere se si voleva migliorare, se si voleva salvare l’Italia.
Tale convinzione accomunò individui di orientamento politico diverso - militanti nel sindacalismo o nel socialismo rivoluzionario, nel movimento anarchico o in quello repubblicano, nei radicali, nei socialisti riformisti, nei vari gruppi nazionalisti e persino nei liberali -, che si trovarono fianco a fianco dapprima per trascinare il paese in guerra, più tardi per tenerlo unito fino alla vittoria, infine per evitarne il disfacimento dopo la rotta di Caporetto e nella difficilissima resistenza sul Piave.
Sin dai primi momenti, si chiarì che il modello a cui avrebbe dovuto uniformarsi l’intera società era costituito dall’esercito, anche perché, di fronte alla mobilitazione totale imposta dal conflitto ad ogni paese, il confine tra fronte militare e fronte interno tendeva nei fatti a scomparire. Ma la società militarizzata a cui si pensava presentava alcune importanti novità. Nell’incontro tra uomini con ideologie e culture politiche profondamente diverse, si cominciò infatti a configurare un’Italia che, per dirla con le parole di Mussolini, «invece di presentare l’aspetto normale dei vecchi tempi», avrebbe dovuto finalmente offrire «l’aspetto di un arsenale dove ognuno e tutti lavorano - secondo le proprie attitudini e capacità - in vista di un obiettivo comune».
Uno dei frutti più significativi di questa ricerca fu infatti l’elaborazione di una concezione del corpo sociale che può essere definita della «fratellanza gerarchica», perché basata sull’unità morale e la coesione della nazione assicurata grazie alla capacità di coniugare giustizia sociale, disciplina, cameratismo militare e «fede» nell’élite capace di guidarla. Si cominciarono così a definire subito i primi aspetti di un socialismo nazionale che, da una parte, concepiva la nazione come comunità organica e solidale che disponeva di una unità morale superiore ad ogni interesse personale, in cui ogni cittadino ne era sì parte integrante, ma totalmente subordinata all’interesse generale; dall’altra, immaginava la nazione come una collettività armonica in cui la disciplina civile si configurava negli stessi termini della ferrea disciplina militare, in cui i dubbi, le critiche, le lamentele erano abolite, in cui si obbediva senza discutere. Quell’odio per una vita borghese senz’anima, fondata su una visione individualistica, utilitaristica e materialista dell’esistenza, che era emerso potentemente in alcuni settori culturali e politici a inizio secolo, cominciò a trovare nel fuoco del conflitto sempre maggiore ascolto.
Iniziò quindi a delinearsi una nuova concezione della politica che, come fondamento comune al di là delle divisioni ideologiche tra i vari gruppi interventisti, aveva proprio l’obiettivo di costruire un approccio diverso alla modernità e di restituire all’uomo quella centralità che l’incontrollato e caotico sviluppo delle forze produttive e i condizionamenti sempre più rilevanti della tecnica sulle relazioni sociali sembrava volessero cancellare.
L’ansia di guerra delle giovani generazioni di inizio ‘900, la passione rivoluzionaria di tanti dei loro esponenti, l’ebbrezza per la fusione nel corpo della nazione, non si alimentavano quindi di un generico bisogno di irrazionalismo, come spesso si è sostenuto, ma della precisa volontà di invertire quel processo che sembrava allontanare l’uomo dalla vita, dalla natura, dal vissuto, per relegarlo in un dorato ma angosciante isolamento provocato dall’affermazione di legami esclusivamente utilitari con gli altri individui, dalla continua e sfibrante competizione per acquisire qualche bene materiale in più; quel processo che sembrava costringere l’uomo, in altre parole, a vivere nell’astratto, o nel superfluo.
Tuttavia, nessun progetto di rigenerazione nazionale avrebbe potuto svilupparsi se, accanto all’espansione dell’orizzonte vitale di ogni individuo, non si fosse riusciti a garantire anche la necessaria compattezza sociale.
All’interno di questa prospettiva, la Nazione finì con l’assumere i caratteri propri di una divinità, di un’entità trascendente, capace di garantire la beatitudine o la dannazione eterna; un’entità posta al di là della storia e delle singole vicende individuali.
Dalla sacralizzazione della nazione e dalla conseguente demonizzazione di tutti coloro che le si opponevano, dinamiche peraltro in qualche modo inevitabili in ogni società in guerra, derivò la necessità di utilizzare in modo sistematico e capillare la dimensione rituale della politica. I riti di massa - manifestazioni, commemorazioni, celebrazioni, sfilate - avevano tuttavia non solo lo scopo di esprimere in modo incontrovertibile l’unione della comunità nazionale distinguendola da tutto ciò che ad essa era esterno, ma anche i valori su cui essa si fondava, struttura gerarchica compresa: la diversità di diritti, cioè, tra capo e massa, eroi e semplici combattenti, soldati e civili, uomini e donne, giovani e adulti.
La conclusione vittoriosa della guerra convinse definitivamente molti, e non solo all’interno del movimento interventista, che era questo il modello di organizzazione sociale vincente. Una volta ottenuto il riconoscimento dell’Italia come grande potenza europea, una volta costruita l’unità «morale» del paese, ciò che era stato conquistato a così caro prezzo non poteva e non doveva andare perduto.