Tradizioni
cristiane e “religioni politiche”:
il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco |
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di Lutz Klinkhammer (Istituto storico italo-germanico,
Roma)
Il concetto di religione politica fu già
applicato dai contemporanei ai fascismi (ma anche al comunismo)
- e non soltanto dai loro nemici. Il concetto sottolinea il modo
nel quale i fascismi hanno cercato di mobilitare “fedeli”
attorno a riti e parole e di creare in loro una spirito di sacrificio
fino alla morte. Il concetto stesso suggerisce che le religioni
tradizionali (prevalentemente cristiane) e i fascismi si trovino
in maniera inconciliabile su lati opposti. In questo senso i fascismi
stesso si presenterebbero come ideologia e prassi per colmare una
lacuna lasciata dalla secolarizzazione dello stato moderno. Il concetto
delle religioni politiche è quindi un banco di prova per
misurare il carattere dei regimi di tipo fascista. Sia nel caso
dell’Italia fascista che in quello della Germania nazista
ci troviamo però di fronte al fatto che le dittature riuscirono
a firmare dei concordati con la religione cristiana che i regimi
liberali precedenti non vollero fissare.
Che il regime fascista ebbe i tratti di una religione
politica è stato esaminato a fondo negli ultimi anni dagli
studiosi, in primis da Emilio Gentile, il quale, in una serie di
rilevanti studi sul Partito fascista, sul culto del littorio, e
recentemente anche sulle religioni politiche, ha sostenuto la tesi
secondo cui il Fascismo è da considerare una religione politica.
Nelle parate, nei festeggiamenti pubblici, nelle adunanze di massa
organizzate, nelle commemorazioni e in altre manifestazioni spettacolari
del regime venne sviluppata una propria “liturgia” fascista,
nella cui drammaturgia si fece chiaramente ricorso al Cattolicesimo
come modello (benché i riti fascisti fossero in gran parte
equivalenti alle forme di una mobilizzazione di massa paramilitare).
In quel contesto si pone fortemente la domanda,
in quale maniera si abbinavano le pretese
politiche del fascismo alla tradizione italiana del cattolicesimo.
La grande mobilizzazione e strumentalizzazione delle masse italiane
per i fini politici del fascismo avrebbe potuto svilupparsi senza
una sorta di intesa tra regime fascista e Chiesa cattolica? Dobbiamo
riflettere sulla tesi che al Fascismo italiano non occorreva più
una religione politica propria, perché poteva appoggiarsi
alla Chiesa cattolica (almeno a partire dai Patti lateranensi).
Oppure è più probabile la tesi opposta, ossia che
il tanto celebrato Concordato del 1929, che fu accolto positivamente
anche dai cattolici tedeschi, celava soltanto le tensioni profonde
tra la Chiesa e il regime, che scoppiarono ben presto, ossia dal
1931? L’interrogativo determinante, cui è necessario
dare risposta, è il seguente: riuscì il Fascismo italiano
a far valere una pretesa politica di tipo totalitario sui suoi “fedeli”,
che sarebbe stata in contraddizione inconciliabile con la pretesa
religiosa totalitaria, così come venne formulata dalla Chiesa
di Pio XI e Pio XII? Oppure i conflitti tra il regime e la religione
erano meramente di carattere accidentale e non essenziale? Si tratta
dunque, in primo luogo, di chiarire se il Fascismo abbia preteso
per sé una valenza religiosa e se sia riuscito a farlo interiorizzare
dalle masse. Non può essere invece sufficiente impiegare
la religione politica come categoria interpretativa senza una verifica
empirica. Al di là delle impressioni e delle descrizioni
dei contemporanei e degli stranieri che assistettero alle rappresentazioni
di massa fasciste, è necessario indagare più precisamente
se il Fascismo italiano abbia sviluppato non soltanto riti paraliturgici
e l’idea di una comunità identitaria, ma anche una
fede religiosa a sé stante. È un problema generale
della ricerca il fatto che per rispondere a tali interrogativi spesso
si sia fatto ricorso unicamente a fonti normative e organizzative.
Raramente è stato analizzato il “credo” dei sostenitori
del regime a prescindere dall’aspetto propagandistico e dall’apparenza
esteriore, o è stata sollevata la questione come misurare
l’avvenuto o il mancato successo dell’inquadramento
e della mobilitazione “religiosa” delle masse. Una focalizzazione
sugli aspetti formali e organizzativi, così come furono espressi
nelle memorie e nei progetti programmatici dei funzionari di partito
fascisti, è dominante finora nella storiografia.
Per la Germania nazista si pone la domanda in
maniera un po’ diversa: imitando consapevolmente il fascismo
italiano, il nazismo creò una liturgia delle feste (né
Weimar né l’Impero erano riusciti a creare una festa
nazionale!) e una sistema di legitimazione che fu definita o religione
politica o religione-surrogato. Quel sistema non si limitò
alla strumentalizzazione politica di una religione preesistente
(religione politicizzata), ma costruì un mondo di simboli
e valori che erano valori ultimi, cioè “sacralizzati”,
all’interno di una società secolarizzata. Il culto
nazista con i suoi simboli, riti e miti poteva fare (almeno per
i suoi interpreti più genuini) anche a meno del Dio cristiano.
Era destinato al mito della salvezza della nazione. Ma la domanda
che si pone in maniera analoga era quella del confronto con le tradizioni
cristiane.
Fascismo e nazismo si avvicinarono nella loro
prassi del culto dei “martiri fascisti” ossia dei “testimoni
del sangue” nazisti. Il fallimento clamoroso del Putsch del
9 novembre 1923 fu trasformato nell’interpretazione hitleriana
del sacrificio mistico ed eroico dei martiri nazisti per la salvezza
del nuovo Reich.
Anche il Fascismo giunse puntualmente ad un culto
dei morti, che doveva avere i tratti di un surrogato della religione,
ma che era alimentato da un bisogno ben diverso: superare la catastrofica
sconfitta della Prima guerra mondiale. Nonostante la vittoria politica,
già nel concetto di “vittoria mutilata” si manifestava
la preoccupazione per il fatto che centinaia di migliaia di morti
erano caduti in realtà inutilmente. La grandezza della patria
aveva ottenuto un incremento territoriale che non aveva alcun rapporto
con il riarmo intellettuale e con la propaganda. Il culto dei morti
fascista, con il suo carattere profetico per un vittorioso futuro
immediato, era un modo di eludere la necessaria elaborazione del
lutto e di convertire la disperazione per la morte in un messaggio
che non fosse cristiano e pacifista, bensì politico e militarista.
La resurrezione mistica dell’antico guerriero non era un concetto
religioso, bensì il tentativo di salvare le idee del militarismo
e del nazionalismo, al di là della catastrofe della cosidetta
“Grande Guerra”. Il meccanismo non era essenzialmente
diverso dal culto dei morti proposto dal nazionalsocialismo.
Il rapporto tra regime ed autorità ecclesiastiche
merita un’attenzione particolare. Per l’Italia possiamo
ipotizzare che nel corso degli anni Trenta si è pervenuti
ad una cristianizzazione del Fascismo - ma altrettanto ad una “fascistizzazione”
del Cattolicesimo italiano. Comunque, non si può parlare
di una mancata contaminazione tra regime e religione cattolica -
nonostante tutta la concorrenza per la mobilitazione, che però
non aveva un carattere essenzialmente conflittuale. I conflitti
sorsero là dove la sacralizzazione fascista della politica
s’imbatté in modo inconciliabile con la forma cattolica
di sacralizzazione della religione. Tuttavia, si trattava spesso
di conflitti che riguardavano la mobilizzazione concorrenziale delle
masse. Il rituale del “sabato fascista” non impediva
alla gioventù italiana di partecipare alla funzione cattolica
domenicale. E i cappellani militari in servizio presso gli eserciti
dovevano provvedere a che i soldati non perdessero neppure in guerra
il contatto con la religione di Stato. Al contrario della Germania
nazista o della persecuzione dei sacerdoti nel corso della Rivoluzione
francese, il clero italiano durante il ventennio fascista non rischiò
una deportazione mortale in campi di concentramento. Il sostegno
che ottenne il regime da innumerevoli dignità ecclesiastiche
cattoliche contribuì piuttosto considerevolmente ad aumentare
il “consenso”. Questa distinzione non significa però
di voler rinunciare alla possibilità di riconoscere un carattere
totalitario del fascismo italiano. La sacralizzazione fascista della
politica era in genere troppo debole per poter sostituire il Cattolicesimo
senza una promessa dell’Aldilà. I “santini”
tedeschi della Seconda Guerra Mondiale parlano spesso un altro linguaggio,
rinunciando visibilmente alle promesse dell’eternità
cristiana.
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