| Religioni
civili e liturgie funebri nell'Europa liberale |
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di Fulvio Conti (Un. Firenze)
L'interesse storiografico per la morte è
fenomeno piuttosto recente. I due indiscutibili punti di riferimento
in materia, le opere maggiori di Philippe Ariès e Michel
Vovelle, sono apparse rispettivamente nel 1977 e nel 1983. In entrambe
lo sguardo degli studiosi si spinge fino ai giorni nostri, nel tentativo
di offrire una ricostruzione di lunga durata del lento modificarsi
dell'idea della morte e dei comportamenti collettivi ad essa collegati
dal Medioevo in avanti. Fino a non molto tempo fa, tuttavia, l'attenzione
si è concentrata soprattutto sull'età medievale e
moderna oppure, sulla scia del fondamentale contributo di Kantorowicz,
si è talora spostata sulla storia della morte (e del corpo)
dei sovrani di diritto divino. In qualche altro caso, nel quadro
del rinnovato interesse per le pratiche della giustizia e dei rituali
penali, si è presa in esame la «morte in piazza»,
vale a dire l'insieme di pratiche e di atteggiamenti connessi all'esecuzione
capitale.
Dal punto di vista storiografico la novità
degli anni a noi più vicini risiede proprio nella proliferazione
di studi sulla morte riguardanti l'età contemporanea: indizio,
fra i tanti, della crescente diffusione fra i contemporaneisti di
approcci metodologici e di campi di indagine mutuati dalla psicologia,
dall'antropologia e più in generale dalle scienze sociali
e dalla storia sociale. Lo stesso Vovelle è tornato a più
riprese sull'argomento con contributi di grande interesse sulla
Francia rivoluzionaria e sull'Occidente nei secoli XIX e XX.
In Francia, ma anche in Italia, questa nuova ondata
di interesse si è collegata soprattutto agli studi sui processi
di secolarizzazione e sulle forme di gestazione di religioni politiche
alternative a quella cattolica. Oggetti privilegiati di studio sono
stati perciò da un lato la laicizzazione della città
nei suoi aspetti urbanistici e igienico-sanitari (e quindi in primo
luogo i temi connessi all'edificazione dei nuovi spazi cimiteriali
e alla diffusione di pratiche diverse rispetto all'inumazione),
dall'altro i riti funebri civili e il nuovo universo simbolico e
cerimoniale cui hanno dato luogo. La costruzione dei cimiteri pubblici
fu sostenuta da legislatori e amministratori locali, che si mostrarono
sensibili a recepire le indicazioni degli scienziati e degli igienisti.
La sostituzione delle esequie religiose con quelle civili costituì
invece una delle principali richieste del movimento del libero pensiero
e delle correnti anticlericali di matrice democratico-massonica.
Nei paesi a dominante presenza cattolica la Chiesa
si oppose strenuamente a queste innovazioni, rivendicando il secolare
monopolio sulle cerimonie funebri che rappresentava uno dei pilastri
del suo potere sociale e politico. Essa continuò ad agitare
lo spettro del rifiuto della sepoltura ecclesiastica, che per molte
generazioni di cristiani aveva costituito la più terribile
delle minacce e il più sanguinoso degli oltraggi. Così,
nell'Europa della prima metà dell'Ottocento, le esequie e
i trasporti civili rappresentarono un fenomeno assai raro. Non mancarono
però, specie in Francia, funerali di persone celebri o imparentate
con delle celebrità che contribuirono ad affermare un modello
di rituale laico alternativo a quello religioso. E' il caso per
esempio dei funerali del padre di Émile Littré nel
1827, del padre e poi della figlia di Michelet (1846 e 1847), della
madre e della prima moglie di Edgar Quinet (1847 e 1851), di Lamennais
nel 1854, di Proudhon e Bixio nel 1865, di Sainte-Beuve nel 1869,
di Barbès nel 1870.
Il rituale laico cominciò ad essere caratterizzato
da alcuni elementi precisi. Anzitutto si ebbe l'invenzione e l'istituzionalizzazione
del corteo funebre, spesso molto numeroso e disciplinato da rigide
logiche gerarchiche: durante gli anni del Secondo Impero esso divenne
anche un modo per i repubblicani di riunirsi, di conoscersi, di
contarsi. Frequente era poi la presenza di una banda musicale che
eseguiva marce funebri, ma anche inni patriottici e rivoluzionari,
compensando almeno in parte la mancanza del suono delle campane,
che costituiva l'accompagnamento usuale e quasi indispensabile del
funerale religioso. Assai diffusa divenne infine la consuetudine
di pronunciare un discorso di commemorazione del defunto prima che
la bara venisse calata nella fossa: discorso che inevitabilmente
si trasformava in un panegirico e in contrasto con la «buona
morte» dei cattolici, confortata da tutti i sacramenti, esaltava
la «bella morte» dello scomparso, la coerenza laica
con cui aveva vissuto, che sovente aveva trovato conferma nell'impenitenza
finale.
Con l'avvento della Terza Repubblica, e soprattutto
con il varo della legge del 15 novembre 1887 sulla libertà
dei funerali, le esequie civili divennero una pratica assai radicata
nel tessuto sociale del paese. Si calcola che nel corso del XX secolo,
pur con qualche oscillazione, abbiano interessato circa il 25 per
cento della popolazione. Esse si ritagliarono anche uno spazio ben
definito all'interno delle liturgie politiche della Repubblica,
che fece della morte quasi uno spettacolo di massa e dei funerali
di alcuni grandi uomini l'occasione per una celebrazione dei fasti
patriottici e lo strumento per educare il popolo al culto della
nazione.
La teatralizzazione del rito funerario e il conferimento
ad esso di una specifica valenza pedagogica non furono però
un'invenzione della Terza Repubblica, né restarono circoscritti
al solo ambito francese. Durante l'Antico Regime i funerali reali
coincidevano con le cerimonie per l'ascesa la trono del nuovo re
e si trasformavano in una sfarzosa esaltazione del potere monarchico.
Ma in alcune regioni anche la semplice sepoltura di un nobile o
di un magnate dava luogo a una complessa e raffinata messinscena,
che si protraeva per vari giorni. E' il caso per esempio dei funerali
aristocratici che si svolgono in Polonia dal tardo Cinquecento fino
a tutto l'Ottocento. La Rivoluzione francese, com'è noto,
impose una crescita repentina della ritualità funeraria concepita
come strumento di liturgia politica e di educazione ai valori repubblicani.
Basti pensare che la cerimonia funebre di Marat, nel luglio 1793,
e le successive manifestazioni culminanti col trasferimento delle
sue spoglie al Panthéon furono progettate e dirette da David.
Non diversamente accadde nell'Inghilterra vittoriana,
che si distinse semmai dall'Europa continentale per il ritardato
approdo a una gestione statizzata o municipalizzata della morte
(la libera iniziativa nel trattamento della morte venne regolamentata
soltanto con il Metropolitan Act del 1850) e per l'importante rilievo
che gli imprenditori privati di pompe funebri, gli undertakers,
arrivarono ad avere nel corso del XIX secolo. Nell'Inghilterra del
secondo Ottocento, e in particolare dopo la morte del principe Alberto
nel 1862, la regina Vittoria impose una rigida (e quasi leggendaria)
etichetta del lutto. Ma già da prima il lutto aveva subìto
un'enfatizzazione straordinaria, che è riscontrabile anzitutto
nelle nuove e pompose forme organizzative assunte dal rituale funebre.
Emblematico è il caso dei funerali di Wellington nel 1852,
che videro oltre un milione e mezzo di persone sfilare per più
giorni davanti al corpo e infine un immenso corteo attraversare
le strade di Londra e accompagnare il vincitore di Waterloo alla
sua definitiva dimora. Ultima di una serie di fastose celebrazioni
pubbliche che dalle guerre napoleoniche in poi avevano contribuito
a cementare il sentimento nazionale del paese, le imponenti esequie
di Wellington furono anche il riflesso gigantesco di un movimento
collettivo molto più vasto. Furono l'espressione di una nuova
forma di socializzazione della morte che si stava affermando nella
società civile e che si manifestava appunto attraverso la
definizione di un rituale funebre sempre più complesso e
gerarchizzato. Nonostante l'apparente ritorno a paradigmi neobarocchi,
essa rappresentava un concreto segnale del processo di modernizzazione
in atto nel paese, che si esprimeva attraverso la secolarizzazione
del tessuto sociale e la volontà di protagonismo (e di differenziazione)
dei nuovi ceti borghesi.
In Italia qualcosa di analogo accadde con i grandiosi
funerali di Vittorio Emanuele II (1878) e di Umberto I (1900) e
con i successivi pellegrinaggi alle loro tombe, che rappresentarono
le manifestazioni più significative di quel culto della monarchia,
intorno al quale ruotò il progetto di creazione di una liturgia
nazionale di Stato. Alcuni studiosi, peraltro, hanno avanzato seri
dubbi sull'efficacia pedagogica di queste forme liturgiche per propagandare
la fede patriottica fra le masse. Secondo Emilio Gentile, «l'aspetto
della celebrazione funebre finiva col dare un'impronta di mestizia
a questa liturgia che si presentava, nei momenti più solenni,
come un perpetuo rito del rimpianto, scandito da funerali
e pellegrinaggi alle tombe, in cui predominava il motivo del dolore,
della nostalgia e del cordoglio per la perdita del "padre della
patria", del "re buono e generoso" o di altri padri
fondatori dello Stato nazionale come Cavour e Garibaldi».
Mancava una rappresentazione entusiasmante della "religione
della patria". Soprattutto «mancava, a questi riti funebri,
lo spirito vitalistico ed esaltante del mito comunitario della rigenerazione
e della rinascita attraverso il sacrificio della vita, che era invece
tipico del culto dei martiri, e sarà dominante nel culto
dei caduti dopo la Grande guerra, e soprattutto nel fascismo. Piuttosto
che riti di fede nella vita e nel futuro della patria, essi finivano
con l'apparire come strazianti manifestazioni di cordoglio di una
collettività che si sentiva abbandonata dai suoi santi protettori
in un'epoca sempre più incerta e agitata: erano una manifestazione
di debolezza piuttosto che una dimostrazione di forza».
Più d'uno ha sottolineato come dietro il
fallito tentativo di istituzionalizzare una liturgia nazionale vi
fosse la mancanza di una visione condivisa della divinità
della nazione, che opponeva i repubblicani ai monarchici, i cattolici
ai liberali laici, i socialisti e gli anarchici alla generazione
dei nation builders. Pesò inoltre la diffidenza
della classe dirigente liberale verso le masse, nelle quali essa
vedeva più un pericoloso agglomerato di energie eversive
che un prezioso materiale con cui plasmare periodici riti collettivi
atti a celebrare il culto della patria.
Neppure la morte di Garibaldi, superata la prima
ondata emotiva di cordoglio unanime, riuscì ad avere un carattere
autenticamente unificante, capace di mettere d'accordo nella commemorazione
dell'eroe democratici e moderati, repubblicani e internazionalisti,
credenti e liberi pensatori. A partire dal mancato rispetto della
sua volontà di essere cremato per finire con le dispute intorno
al luogo di sepoltura (col rifiuto del Pantheon e la scelta di Caprera)
e la mancata partecipazione del re ai funerali, le esequie di Garibaldi,
pur celebrate simultaneamente in molte città d'Italia, non
si trasformarono compiutamente in un'occasione per affermare in
modo solenne la forza e la coesione della comunità nazionale.
Meno che mai ebbe tali caratteristiche il funerale di Mazzini, che
venne deliberatamente utilizzato dai suoi seguaci come straordinario
strumento di propaganda politica per perpetuare il mito del patriota
repubblicano e gettare le basi di una religione civile alternativa
rispetto a quella che si incarnava nella monarchia sabauda e nella
Chiesa cattolica. Emblematica, in tal senso, fu anche la decisione
di imbalsamare Mazzini in modo da poter esporre il suo corpo e alimentare
una sorta di culto di questa icona della Repubblica.
Anzi, se è dato rinvenire una tendenza nelle
onoranze funebri civili che si svolsero in Italia fra Otto e Novecento,
essa è semmai quella che evidenzia la progressiva diffusione
di una connotazione ideologica di parte. Nell'ambito della sinistra
democratica e socialista le pratiche funerarie si affermarono come
parte costitutiva di una religione laica e di una ritualità
che doveva comunicare principalmente un sentimento di appartenenza
politica e culturale. Quindi, in ultima analisi, esse rappresentarono
una manifestazione del vincolo identitario che legava i militanti
di una medesima area politica e un importante elemento di propaganda.
Non desta perciò meraviglia che questi rituali siano stati
ereditati dal movimento comunista e anzi, come ci hanno dimostrato
le ricerche di Jean-Pierre Bernard sulla Francia e quelle di Franco
Andreucci sul caso italiano, siano stati da esso ulteriormente sviluppati
e consolidati.
Al funerale nazionale, che non riuscì
mai a trovare un compiuto radicamento nell'Italia divisa di fine
Ottocento e del primo Novecento, si sostituì dunque il funerale
rosso, che cominciò a rivelarsi già con la coralità
di alcuni riti allestiti, in particolare in Romagna, per la scomparsa
di alcuni dirigenti repubblicani e socialisti (Aurelio Saffi, Antonio
Fratti, ecc.), ma che raggiunse l'apice con il trasporto funebre
e la cremazione nel 1910 di Andrea Costa.
Il funerale rosso avrebbe poi lasciato
un retaggio nei funerali sovversivi del periodo fascista. Le esequie
funebri che ebbero una esplicita valenza oppositiva nei confronti
del regime non furono probabilmente molto numerose, ma neppure si
trattò di un fenomeno del tutto marginale e irrilevante,
se è vero che ben 86 furono i confinati politici per questo
motivo, quasi tutti di estrazione popolare o proletaria. In queste
occasioni il messaggio antifascista venne affidato a simbologie
e rituali che affondavano le radici in un lontano passato, e che
sebbene fossero forzosamente ridotti alla scarna essenzialità
di un gesto, di un saluto, di un modesto omaggio floreale - come
il mazzo di gigli rossi che nel 1932, a Roma, venne gettato da una
finestra sul carro che trasportava la salma di Errico Malatesta
- erano capaci di evocare antiche tradizioni e di offrire un canale
di espressione al sentimento di protesta e alla sete di libertà.
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